Melting pot? Grazie Michel De Montaigne!

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Michel De Montaigne (1533-1592)

«Nel mondo non ci sono mai state due opinioni uguali. Non più di quanto ci siano mai stati due capelli o due grani identici: la qualità più universale è la diversità»: queste parole di Michel De Montaigne (Bordeaux, 28 febbraio 1533 – Saint-Michel-de-Montaigne, 13 settembre 1592), filosofo della seconda metà del XVI secolo, hanno strettamente a che fare con i principi di un’espressione del XXI secolo, ovvero Melting pot: questa nozione designa il concetto in uso per esprimere la convivenza, seppur spesso in condizioni e luoghi differenti, di persone di culture tra loro molto diverse, come in un grosso “calderone.

Quale la relazione tra il pensatore francese e il tema del multiculturalismo? Il fatto che qualche uomo del passato, particolarmente illuminato, avesse intuito il problema, non sembra una sconvolgente novità: tanto che nell’antichità greca e romana c’erano già stati teorici del relativismo culturale. Tuttavia la loro riflessione non era radicale a sufficienza per essere associata ad un’analisi sul presente stato della questione “contaminazione culturale”: a questi pensatori mancava una certa dimensione allargata di mondo, infatti essi, nel loro parlare, facevano sempre riferimenti a contesti politici che oggi chiameremmo statali o al massimo continentali.

Montaigne, invece, è considerabile come il primo inauguratore della stagione del pluralismo culturale nella cosiddetta modernità: egli vive gli anni delle grandi esplorazioni e del colonialismo europeo, i momenti in cui la solida civiltà cristiano-eurocentrica viene in contatto con le popolazioni selvagge americane ed africane. Nelle numerosissime descrizioni di questi popoli come selvaggi, bestiali ed inumani, quella di Montaigne è una voce fuori dal coro: estranea ad un dogmatismo che giudica e sentenzia protervo dall’alto della sua presunta, superba e minacciosa unicità, il filosofo si lascia affascinare dall’infinita varietà dei costumi umani messa in evidenza dall’incontro con questi popoli, di cui, particolarmente, apprezza la mantenuta purezza e naturalezza primigenia. Queste genti “selvagge” appaiono a Montaigne, con qualcosa di simile ad un pizzico di invidia, ancora al riparo dalle morali precostruite e soffocanti dell’Europa cristiana del suo (e del nostro?) tempo. Quello che la filosofia di Montaigne mette in discussione per la prima volta in modo esplicito è l’imbastardimento del piacere del gusto corrotto dei suoi contemporanei europei.

Le riflessioni di Montaigne spaccano la percezione del mondo che circonda una specifica cultura, fanno cadere ogni riferimento che si voglia ergere a guida delle altre tradizioni e dimostrano per la prima volta come il messaggio biblico e la morale cristiana siano solo gocce possibili nell’oceano della diversità culturale, briciole nel “calderone” della pluralità. Il saggio francese apre l’uomo moderno alla diversità, ed è capace per primo di eccitare la curiosità dell’essere umano non più solo verso le scoperte scientifiche, che in quegli anni proliferavano, ma anche nella direzione dei suoi stessi simili: Montaigne ci invita a scoprire gli uomini ancora prima che la fisica e la matematica. È paradossalmente (ma forse non troppo) ad un cattolico francese che dobbiamo la prima mossa che fa barcollare il sistema cristiano-eurocentrico, e con esso l’ombra dell’ignoranza e della superstizione.

La raccolta di saggi del filosofo

Dall’invocazione montaigneana del XVI secolo all’apertura verso le altre culture, di strada se ne è fatta molta e il multiculturalismo è diventato realtà che si tocca con mano in ogni grande centro urbano della terra. Il tanto discusso trattato di Schengen ha sancito per anni la garanzia della veicolazione del multiculturalismo in Europa: ma oggi la libera circolazione di persone e culture viene messa in discussione per la paura legata ai grandi fenomeni migratori: quale sarebbe oggi il consiglio di Montaigne? Probabilmente di allargare Schengen a tutto il mondo e non solo a poco meno che una trentina di stati europei.  Stiamo facendo dei passi indietro: il percorso iniziato da Montaigne e continuato nei secoli da molti altri, rischia di ripiegarsi su se stesso proprio nel momento della sua più concreta attuazione. Oggi gli stati europei fanno a gara per chiudere le proprie frontiere e proteggersi dai migranti dimostrando ancora una volta quella superbia che l’ha contraddistinta nei secoli passati, senza accorgersi di quanto tutto ciò possa essere dannoso e contrario al tanto invocato progresso.

Forse, dovremmo ripartire da Montaigne e dalla sua idea che la condizione umana ideale è l’accettazione di se stessi e degli altri con tutti i difetti e con tutti gli errori che la natura umana comporta, ricordandoci che “diverso” non è per forza “sbagliato” e che un “calderone” è tale in virtù della necessità per i suoi contenuti di mescolarsi. Non è strano (o vergognoso) farsi rimproverare per la propria chiusura culturale da un uomo del ‘500?

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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