Il tempo “eterno” tra Michelangelo e Caravaggio in mostra a Forlì

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Daniele da Volterra, Il profeta Elia nel deserto (1550 ca.)

Caratterizzata da un nuovo percorso espositivo che per la prima volta dopo il suo integrale recupero, utilizza come sede espositiva la Chiesa conventuale di San Giacomo Apostolo di Forlì, L’Eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio è una mostra sontuosa che documenta quello che è stato uno dei momenti più alti ed affascinanti della storia occidentale: gli anni che idealmente intercorrono tra il Sacco di Roma (1527) e la morte di Caravaggio (1610), tra l’avvio della Riforma protestante (1517-1520) ed il Concilio di Trento (1545- 1563), tra il Giudizio universale di Michelangelo (1541) ed il Sidereus Nuncius di Galileo (1610), e che rappresentano l’avvio della nostra modernità. Un secolo avvincente che vide il tramonto del Rinascimento ed il sorgere della stagione Manieristica. L’istanza alla Chiesa di Roma di un maggiore rigore spirituale, da un lato, produceva una rinnovata difesa delle immagini sacre (soprattutto ad opera della ignaziana Compagnia di Gesù) ma, dall’altro, imponeva una diversa attenzione alla composizione e alla raffigurazione delle immagini e ad una ridefinizione dello spazio sacro, dei suoi ornamenti.

La pittura della Maniera aveva messo in campo le ragioni di “un’arte per l’arte” in cui a prevalere erano il capriccio e la “licenza”, una sorta di trasgressione che stesse dentro alla regola: un’arte colta, rivolta ad una ristretta élite in grado di compiacersi del gioco di sottili rimandi ai grandi modelli di Raffaello e di Michelangelo, sentiti come insuperabili. A mettere in crisi questo modo di intendere l’arte era stata la polemica dei riformatori protestanti che, contro il lusso della corte pontificia, si richiamavano al rigore della Chiesa delle origini. Ma, ancor prima che il Concilio di Trento teorizzasse il valore didattico delle immagini – «da venerare secondo ciò che rappresentano» sventando il rischio iconoclasta – gli artisti avevano autonomamente elaborato una nuova figurazione in cui le esigenze del racconto prevalessero sullo sfoggio di un virtuosismo fine a se stesso.

Lorenzo Sabatini, Giuditta con la testa di Oloferne (1550 ca.)

Nella stessa Roma si erano, per tempo, avvertiti i segnali di ritorno ad una nuova concentrazione sul tema del sacro. La vicenda umana ed artistica di Michelangelo appare sintomatica se proprio la sua aspirazione ad una figurazione rigorosa e spogliata di ogni orpello aveva finito per attirare su di sé gli strali di quanti vedevano nell’essenzialità del nudo un’offesa al decoro. La sua meditazione aveva così offerto lo spunto alle polemiche più feroci caratterizzando la malinconica ricerca spirituale dei suoi ultimi anni.

Già prima della metà del secolo Roma si propone come centro di elaborazione di nuovi percorsi di cui la mostra evidenzia la ricca eterogeneità. Paolo III Farnese che, nel 1545 indice il Concilio di Trento, è a capo di una vera e propria corte alla stregua di quelle europee. Per lui lavorano artisti come El Greco e Giovanni de’ Vecchi, promotori di una ventata neo-mistica ed architetti come Antonio da Sangallo il Giovane e il Vignola che, mutando linguaggi dallo studio dell’antico, elaborano una nuova concezione spaziale.

Il fervore costruttivo alimenta la richiesta di nuove opere sacre concepite in ordine ad una nuova leggibilità e ad un diffuso sentimento di pietà. E mentre artisti come Girolamo Muziano e Federico Zuccari sapranno farsi interpreti di una narrazione didascalica nella quale la pittura torna a farsi “libro illustrato” per gli illetterati, sarà Federico Barrocci a coniugare – grazie alla riscoperta di Correggio – fervore religioso e sentimentalità prebarocca. Parallelamente lo scrupolo di attenersi al vero o verosimile finisce per sviluppare una ripresa dell’autonomia degli studi storici e di quelli naturalistici. Bologna, seconda capitale dello Stato della Chiesa, sul finire del secolo vede fiorire di nuovi sensi terreni la pittura dei Carracci (Ludovico, Annibale e Agostino) alla quale fa da contraltare a Roma “l’arte senza tempo” di Pulzone e Valeriano.

Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603)

Dalla Lombardia discende Caravaggio. Egli descrive nella sua luce che contorna l’ombra e che trascorre dagli uomini alle cose, un nuovo, disperato rigore. La sua vocazione pauperista si confronta, tra la fine del vecchio e l’aprirsi del nuovo secolo, con il classicismo di Annibale Carracci e il dinamismo barocco di Rubens. Dall’ultimo Michelangelo a Caravaggio, l’esposizione forlivese tesse un filo estetico di rimandi unici che illustra la nascita dell’età moderna. Un percorso unico che mostra capolavori di Raffaello, Rosso Fiorentino, Lorenzo Lotto, Pontormo, Correggio, Vasari, Parmigianino, Daniele da Volterra, El Greco, i Carracci, Barrocci, Veronese, Tiziano, Reni e Rubens.

Ha scritto Gianfranco Brunelli, coordinatore della mostra L’Eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio:

Tra i due Michelangelo si snoda in fondo un percorso antropologico, teologico e artistico situato in una tesa relazione tra il cielo e la terra, tra l’Eterno e il tempo. Alla ricerca di un rispecchiamento, di una unità ancora possibile. Solo, tra i due, rovesciata: l’uno ha cercato disperatamente la bellezza di Dio nell’immagine dell’uomo, nella forma dell’umano; l’altro ha guardato l’uomo attraverso la tragica e livida luce della storia (o delle storie quotidiane), per scorgervi nella forma dell’ombra un riflesso della luce divina. Quella «perduta luce del mondo polveroso e rivoltato» descritta da Gadda. Nel primo, si dissolve ogni idea o ideale di compiutezza umana e terrena. Ogni umanesimo. Nel secondo, una umanità intrisa di peccato, scalza e sporca bussa alle porte del cielo.

L’Eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio
A cura di Antonio Paolucci, Andrea Bacchi, Daniele Benati, Paola Refice, Ulisse Tramonti
Musei San Domenico, Forlì
Dal 10 febbraio al 17 giugno 2018

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

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