Chuck Palahniuk, papà di “Fight Club” che non vincerà mai il Nobel

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Chuck Palahniuk e il sapone, protagonista in “Fight Club”

Partiamo dallo stile, per parlare di Chuck Palahniuk, al secolo colui che ha scritto Fight Club: non tanto per la varietà di aspetti tecnici degni di nota, che pure non mancando, ma per il fatto, onnicomprensivo, che l’ossuto scrittore (Pasco, Washington, 21 febbraio 1962) è probabilmente il più innovativo autore vivente della letteratura mondale.

Non che sia difficile, scrivere come Palahniuk, sintatticamente la sua frase è generalmente semplice, breve, il periodo è costruito per asindeto, gli avverbi sono quasi del tutto assenti e già qui potremmo avventurarci nello spendere definizioni: ci sovviene un grottesco-minimalista che corrisponderebbe parzialmente al vero, ma altri hanno posto l’accento sulla scientificità dei suoi scritti (che ricorda per certi versi Ellis), sulla crudezza descrittiva (Ellis ancora, ma anche Welsh), sul contenuto nichilista (ovunque: pensate ad un libro di Palahniuk e troverete un contenuto nichilista; peraltro, vogliamo tirare in ballo Camus?). Troviamo poi un uso accanito del flash-back (addirittura portato all’estremo in una narrazione a ritroso in Survivor), un continuo gioco di specchi sulla posizione del narratore, che in certi casi è un narratore onnisciente senza però che il lettore riesca a capirlo fino alla fine – ed il colpo di scena finale, in Palahniuk non manca spesso. Troviamo, scorrendo qua e là nella critica, qualche riferimento a Don De Lillo, ma non vi diamo troppo peso, ché ad un romanziere americano, di successo ma culturalmente di spessore, un riferimento a Del Lillo non si nega mai: quanto a questo, pensando al Giardino di Cemento o a Cortesie per gli Ospiti, ci verrebbe spontaneo anche un accostamento a McEwan. Del tutto insipiente, invece, l’affermazione che «da Ninna nanna, le sue opere possono definirsi storie horror» (cit.), il cui autore evidentemente non conosce la definizione basilare di horror; vi è, invece, un ammiccamento allo splatter, per quanto declinato in modo originale e funzionale.

La coprtina italiana di Soffocare

Insomma, quanto allo stile, più o meno tutto e lecito quando si tratta di Chuck Palahniuk, che appare quindi come un autore facilmente imitabile: cosa assolutamente vera, a patto di possedere una cultura pop, classica, umanistica e scientifica, di essere in grado di saltellare allegramente dall’una all’altra in un continuo gioco di rimandi e riferimenti, di imbastire intrecci al limite del paradosso e oltre, di sottendere in ogni pagina una feroce critica sociale alla società dei consumi, alla finta democrazia a stelle e strisce, nonché in breve a tutte le degenerazioni tenico-etiche-estetiche cui ci si può lasciar andare nel nostro terziario avanzato. Senza dimenticare, naturalmente, un percorso introspettivo costante nella psicologia di personaggi devastati: dall’ansia, dalle aspettative deluse, dalla violenza pubblica e privata, dalla competitività, dagli affetti disgregati, dalla perdita di ideali e di riferimenti etici e morali.

Il tutto è inserito in una trama articolata e complessa a cui è sottesa una Storia con la S maiuscola di cui, per quanto sembri impossibile, Palahniuk riesce a non far perder la traccia mai e riuscendo a risultare commovente e vomitevole a distanza di poche righe. In più, Palahniuk è un fantastico dialoghista e un virtuoso del monologo interiore: quindi, va da sé, ogni libro è anche una sorta di aforismario su morte, moralità, infanzia, famiglia, sessualità e religione, tutti argomenti sui quali la posizione espressa è quantomeno personale e singolare.

Norton-Pitt in “Fight Club”

Per quella scimmia nuda che è l’uomo di inizio millennio, leggere Fight Club e Soffocare è fondamentale, e fatto ciò lo è altrettanto andare a vedersi i film derivati (ricordiamo di sfuggita che comunque il successo di Palahniuk deriva in linea diretta da quel capolavoro omonimo che è Fight Club, per la regia di David Fincher con Brad Pitt e Edward Norton): l’indifferenza non è contemplata tra le reazioni del lettore/spettatore, che non può rimanere indifferente né alla pletora di personaggi borderline messa in scena da Palahniuk, né alle loro interazioni. Però, se dopo i due romanzi suddetti vi prendete la briga ed il piacere di metter mano a Ninna Nanna, Invisible Monsters, Diary, Cavie, Rabbia, Gang Bang, Survivor vi accorgerete della capacità di inventiva del personaggio di questo autore: e la sua opera omnia vi sembrerà un polittico in cui viene dipinta, con tratti alla Blake/Bosch, una visione infernale della realtà, in cui non tanto i diavoli ma sicuramente i dannati camminano sulla Terra: una galleria di zombie, freak, un caravanserraglio zeppo di deformità alla Elephant Man, una Corte dei Miracoli ed insieme una Fossa dei Serpenti.

L’aria sarà sempre troppo carica di qualcosa. Il vostro corpo sempre indolenzito o stanco. Vostro padre, sempre troppo ubriaco. Vostra moglie sempre troppo fredda. Avrete sempre una qualche scusa per non vivere la vostra vita.

Cavie

Il Sogno Americano: trasformare la propria vita in qualcosa che si può vendere.

Cavie

Detto per sommi capi, quanto esposto rappresenta una parte delle motivazioni per cui Chuck Palahniuk meriterebbe senza dubbio di vincere il premio Nobel per la Letteratura: naturalmente, queste sono anche le motivazioni per cui questo non accadrà mai.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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