Kurt Cobain, l’uomo più pesante del cielo

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Caro Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967 – Seattle, 5 aprile 1994), ci manchi, un po’ a tutti quanti.

Non è strano quando ti manca qualcuno che non hai mai conosciuto? Forse. Ma, d’altronde, «noi siamo qui e allora fateci divertire». Noi siamo qui; ma non vogliamo farti del male.

Kurt Cobain

Avevo quindici anni quando i Nirvana hanno smesso di essere solo un nome e sono diventati un suono esplosivo nelle mie orecchie.
E me lo avevano detto, a me che sono nata nel 1994, sei mesi dopo il frastuono di quel grilletto. Me lo avevano detto: attenta a non innamorarti troppo del signor Kurt Cobain. E non parlavano di quella cotta da Backstreet Boys, che strappi i poster dal Cioè per attaccarli in camera e scrivi lettere d’amore a Nick Carter, con tanto di impronta delle labbra rosse a sigillare la busta. No, parlavano di qualcosa di diverso. Di quell’amore che è comprensione e condivisione, che è ammirazione e rabbia e odio, tutto insieme, come nelle pozioni che ci divertivamo a miscelare da bambini. Perché voglio partire da un presupposto importante: se vi aspettate di leggere che Kurt Cobain era un essere eccezionale, un vendicatore degli oppressi e il portavoce di una generazione intera cambiate pagina. Cambiate canale, come con la TV, quando finite per sbaglio su un programma della D’Urso. Perché quello che a tanti piace descrivere non è il Kurt Cobain che ho amato io. Perché, in fondo, Kurt non era altro se non la normalità costretta e sofferta, incastrata tra una famiglia disfunzionale e una provincia misogina e omofoba. Era un po’ come noi. E ci è subito piaciuto per questo. Perché era peggio di noi, ma andava bene così.

Niente mi fa arrabbiare quanto chi santifica Kurt Cobain. Lo chiama angelo dagli occhi azzurri e portavoce della generazione x. Perché il suo stomaco nauseabondo e sanguinante si sarebbe torto su sé stesso, chiedendo a gran voce un’altra dose di eroina. Perché sotto gli strati e strati di vestiti che indossava per nascondere la sua magrezza, 57 chili per un metro e sessantatré, non avremmo trovato ali, ma solo la dolorante normalità, fattasi piccola piccola. E non c’è niente di più potente del coraggio di dirsi normali. Un po’ fragili, un po’ rotti, ma poi non tanto diversi da tutti gli altri.

Kurt Cobain

Perché Kurt Cobain non avrebbe voluto essere il portavoce di nessuno, neanche di sé stesso. E invece molti si sono accorti di lui perché le sue canzoni catturavano ciò che sentivano prima ancora che se ne rendessero conto. E allora ha provato a farci divertire. Ci ha provato a dare un senso alla sua nuova condizione di rockstar, cercando un modo di creare un rock per un pubblico di massa pur mantenendo al contempo il suo personale concetto di integrità. Ha cercato uno scopo nella famiglia e nella paternità. «Voleva trovare conforto in sua figlia, Frances Bean, contro le sue antiche paure di abbandono», scrive Anthony DeCurtis. «Alla fine è riuscito solo a perpetuarle». Ma non starò qui a raccontarvi come è morto, a soli ventisette anni. A dirvi quello che penso. Perché penso che nessuno si dovrebbe mai permettere di giudicare il desiderio di vivere o di morire di qualcun altro. Perché il rapporto con la vita, con la voglia di scomparire, come l’acqua si apre e inghiotte un tuffatore; con l’incapacità di provare gioia per quello che abbiamo sempre desiderato è una cosa solo nostra. Da infilare in una piccola scatolina a forma di cuore.

Sono stato rinchiuso nella tua scatola e forma di cuore per settimane.
Sono stato trascinato nella tua trappola magnetica, pozzo di catrame.
Vorrei poter ingoiare il tuo cancro quando diventi nera

Kurt CobainQuindi, vi chiedo un piccolo regalo per questo 20 febbraio 2018.
Da noi a Kurt Cobain.
Perché se davvero la sua parabola artistica e personale ha significato qualcosa per voi, allora lasciatelo finalmente galleggiare nell’acqua. Smettetela di giudicare un dolore che non vi compete, che avete spiato come dal buco di una serratura. E piantatela di chiamarlo un eroe.
Ricordate Boddah, i suoi diari pieni di disegni, i quadri fatti con lo sperma e le collezioni di bambole. Il suo strano ma profondamente significativo rapporto con il mondo femminile, da mamma Wendy alla sorella Kim, di cui ha accettato e capito per prima l’omosessualità; fino ad arrivare alla fusione con Courtney e alla speranza per Frances. Il tutto negandosi quel diritto tutto sessuale che pare spettare di diritto alle rock-star.

Ricordate il suo piccolo corpo, atlante della psicosomatica, e quello stomaco sanguinante che non riusciva a trattenere nulla, la scoliosi che gli rendeva difficile anche solo sollevare la chitarra, ma chi se ne frega, voglio suonare lo stesso.
La sua storia d’amore con l’eroina, che lo ha portato là dove la roba prende il posto della realtà e l’unica condivisione possibile è con chi è esattamente come te. E la sua semplice vicenda umana.

Una famiglia qualsiasi, si direbbe, disfunzionale e americana, spiantata, divisa, disintegrata dalle insoddisfazioni, le inquietudini e gli egoismi. Con nascosto dentro un bambino inadatto a sopportare gli esiti delle separazioni, il grande vuoto che si apre alla fine degli amori e delle unioni. [1]

Kurt CobainFategli questo regalo.
Amatelo per quello che è stato e non per ciò che ci piace credere. Per quello di cui abbiamo bisogno.
Amate la sua normalità, che lo ha reso più pesante del cielo.

Tanti auguri, dal profondo del mio stomaco nauseabondo al tuo.

Cercavo, con i miei occhi… cercavo di dir loro «Non fatemi del male». 

Kurt Cobain

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

[1] Stefano Pistolini, Introduzione a Cobain, Più pensante del cielo di Charles R.Cross

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