Balthus: da giovane re dei gatti a principe del disagio

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Un Balthasar appena quattordicenne in compagnia della madre Baladine e di Rilke (1922)

Immaginate il più grande poeta moderno dai tempi di Dante che, seduto nel proprio studio di mogano, scrive un’accorata lettera ad un dodicenne francese. Il poeta è l’austriaco Rainer Maria Rilke, che nel 1920 tenta di consolare il giovanissimo Balthasar Klossowski, già soprannominato “Balthus“, sprofondato nella malinconia per la fuga della sua amata gatta “Mitsou“. Per vincere la nostalgia e combattere il dolore della perdita, il promettente ragazzino aveva infatti cominciato a disegnare alcune tavole che raccontassero la storia della sua gatta dal ritrovamento di qualche anno prima fino alla recente e dolorosa scomparsa, descrivendo con il solo inchiostro dei disegni uno spettro di sentimenti così puri che dovettero decisamente impressionare un chirurgo delle parole qual era Rilke, nel momento in cui poté osservare la raccolta. Il poeta era rimasto a tal punto abbagliato dalla dolcezza infantile ma profonda di quei disegni che decise di pubblicarli con il nome della gatta stessa, Mitsou, impreziosendo il volume di una propria prefazione e diffondendolo tra gli amici più stretti. Con “Baltusz” – questo il nome d’arte che già compariva sulla copertina dell’album – Rainer condivideva la quasi morbosa passione per i gatti e, nondimeno, l’amore per la madre del giovane artista stesso: Elisabeth Dorothea Spiro, più nota come Baladine Klossowska, infatti, dopo la separazione da Erich Klossowski, si era legata sentimentalmente all’autore delle Elegie duinesi. Ma facciamo un passo indietro nella vita di Balthasar.

Un autoritratto del dodicenne Balthasar tratto dalla sua raccolta di disegni “Mitsou”

“Balthus” nasce il 29 febbraio 1908 in una famiglia ben inserita nell’élite artistica e culturale della Parigi di inizio secolo. Il padre Erich, difatti, era una stimato storico dell’arte di origine polacca, e in casa dei Klossowski non era raro per il giovane Balthasar fare conoscenza con artisti ed intellettuali di primo piano quali, ad esempio, André Gide e Jean Cocteau. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, però, il luccicante mondo della Ville Lumière finisce in frantumi, insieme alla serenità del futuro pittore e della sua famiglia. Dal 1914, infatti, comincia per i Klossowski un’interminabile serie di fughe e spostamenti per tutta Europa. Alla prima cannonata della Grande Guerra, i due fratelli Klossowski, Balthasar e Pierre (il futuro scrittore e pittore), vengono portati dalla madre, nel frattempo in rotta con il marito Erich, prima a Berlino e successivamente nella neutrale Svizzera, a Ginevra.

Thérèse rêvant, 1938 – Il quadro è stato recentemente al centro di una polemica per la sua spregiudicatezza

Sarà proprio nella città natale di Rousseau che Balthasar mosse i primi passi verso l’arte, incoraggiato da Rilke con la pubblicazione di Mitsou, e sarà proprio in Svizzera che il ragazzo cominciò a diventare per tutti il “Re dei gatti”, un soprannome che prese spunto anche dal titolo del suo stesso autoritratto del 1935, nel quale un gatto, appunto, struscia il proprio pelo contro la gamba del pittore protagonista. In numerose tele, fra giovani adolescenti involontariamente disinibite, i gatti si aggireranno con la loro sensualità indifferente fra le gambe delle giovani modelle, anch’esse sensuali ed indifferenti. Un animale «misteriosamente apatico», scriveva Rilke, anch’egli innamorato dei felini ma consapevole dell’impenetrabilità del loro mondo, di cui «noi non se sapremo mai nulla» poiché quello è e resta comunque «il mondo dei gatti», sospeso in un tempo diverso dal nostro: «Fu mai l’uomo un loro contemporaneo? Ne dubito».

Fino ad ora, però, abbiamo parlato del giovanissimo Balthasar, ma quand’è che il ragazzo scopre di essere “Balthus”?

Autoritratto. Re dei gatti, 1935

A guerra conclusa, intorno ai sedici anni di età, quando il ragazzo torna a Parigi insieme al fratello maggiore Pierre. Qui, sotto la Tour Eiffel, l’aspirante pittore inizia a frequentare le lezioni di disegno dal vero ritraendo decine e decine di modelle nell’atelier di un artista di prestigio: Pierre Bonnard. Negli anni giovanili, il vecchio pittore fu fondamentale nella crescita artistica di Balthus, tanto quanto l’amico Rilke: quest’ultimo, quasi in punto di morte, riuscì a finanziare il viaggio di studi più importante della vita di Balthus: il viaggio in Italia. Così, il giovane pittore ha la fortuna di visitare Arezzo ed ammirare dal vivo gli affreschi di Piero della Francesca, e di guardare da vicino le opere di Masolino e di Masaccio sulle pareti della Cappella Brancacci a Firenze. L’amore per l’Italia è tanto immediato quanto profondo: «Nutro per l’Italia una tenerezza originaria, fondamentale, innocente», spiegherà un Balthus innamorato della «freschezza delle origini» della penisola. Ma questa «freschezza delle origini», questa «tenerezza innocente», il pittore non la riscontrerà unicamente nei paesaggi italiani, bensì anche e soprattutto sui volti delle giovani e giovanissimi modelle che amerà ritrarre nelle pose più “sconnesse” ed insolitamente sensuali.

Dopo il viaggio in Italia, la vita e l’arte di Balthus non saranno più le stesse: il Quattrocento e lo stile spiccatamente rinascimentale diverranno dominanti nella sua pittura fin dalle prime esposizioni del 1930. Balthus, difatti, sarà un Masaccio del Novecento, un pittore capace di immortalare nell’armonia della forma plastica i sussulti di un secolo tutt’altro che armonioso. Nei suoi dipinti si respirerà un’atmosfera di sogno, un clima surreale nel quale il tempo pare essersi fermato in silenzio.

Balthus accarezza il suo gatto

Dopo aver ottenuto molto successo e molte critiche per via del suo lavoro, il 18 febbraio 2001 Balthasar Klossowski, per tutti Balthus, si spegneva in una delle sue patrie, la Svizzera. Riconosciuto da molti come l’ultimo pittore della modernità, ha lasciato dietro di sé un “insolito” silenzio. Un silenzio simile lo possiamo avvertire di fronte a qualunque sua opera: qui, infatti, ci scopriamo – nostro malgrado – spettatori quasi voyeuristi di una ragazza molto giovane e che, soprattutto, pare non essersi accorta della nostra “presenza” al di qua della tela. Ci troviamo quindi, per “colpa” dell’astuto pittore, a “spiare” una giovane ragazza in atteggiamenti involontariamente sensuali. Da questa innocenza “violata”, prima da Balthus stesso, poi inaspettatamente anche da noi spettatori, nasce il nostro disagio. E cos’è l’arte, se non questo disagio?

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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