Leggimi la maglietta: oggi la t-shirt non è di moda se non è politica

0 1.324
George Michael

Era il 1983 quando George Michael con i suoi Wham! si scatenava a ritmo di Wake Me Up Before You Go-Go alternando mosse e outfit improbabili per i giovani cresciuti a pane e Blue davanti ad una folla di teenager dai capelli cotonati. Ma con un particolare più millennial di quanto potesse credere: la maglietta che indossava. Una slogan t-shirt bianca, con la scritta “CHOOSE LIFE” a lettere nere, ideata dall’attivista e stilista Katharine Hamnet. Uno slogan che ieri come oggi faceva smuovere le rotelle della mente arrugginite dalla Guerra Fredda. Era un messaggio antiabortista? Legato all’AIDS? O era più semplicemente uno slogan contro il suicidio e l’uso di droga? Non lo sappiamo, perché «uno slogan di successo su una T-shirt può darci da pensare. Ma poi deve anche farci agire» (parole della madrina della t-shirt-con-la-scritta Katharine Hamnet). Di sicuro ha fatto dare una mossa a Mark Renton, antieroe di Trainspotting, mentre seminava i poliziotti nelle vie di Edimburgo e diceva: «Io ho scelto di non scegliere la vita». E soprattutto quel maxi televisore del c***o.

Vivienne Westwood

«Oggi è il 2018 e proprio come uno striscione politico aspetta la vernice del suo attivista, allo stesso modo una t-shirt senza scritte è oggi un respiro prima del balzo. Una maglietta muta è quasi impensabile e commercialmente impossibile e, non a caso, i segnali di vita e di posizione lanciati su cotone sono ovunque», scrive su Vouge Raffaele Panizza. Dalla t-shirt di Jenny Holzer e Virgil Abloh con la scritta “ABUSE OF FLOWER COMES AS NO SURPRISE”, i cui ricavati saranno devoluti a Planned Parenthood, all’invito antirazzista di “I’M MUSLIM DON’T PANIC” fino a “GAY IS NOT A PUNCHLINE”. Per non parlare delle t-shirt femministe che impazzano nelle passerelle e negli scaffali di TopShop: “GILR POWER”, “THE FUTURE IS FEMALE” e le creazioni Dior di Maria Grazia Chiuri, con gli slogan “WE SHOULD ALL BE FEMINISTS” e “WHY HAVE THERE BEEN NO GREAT WOMEN ARTISTS?” stampate su un cotone da 600 euro.

Dalle prime stampe pop anni ’50 di Tropix Togs fino al “DESTROY” di Vivienne Westwood e la linea BOY BYE di Beyoncé, le t-shirt oggi non sono solo un capo di abbigliamento, ma un’azione, un pensiero, un accettami per quello in cui credo. Sono un tatuaggio di stoffa: condividono la partecipazione emotiva di chi le porta e il loro coraggio nella scelta del messaggio di cui farsi portavoce. È un urlo muto, che parla a tutti quelli che ti circondano. E funziona. Perché, se così non fosse, l’articolo 13 del British Prevention of Terrorism Act non direbbe che è illegale indossare una t-shirt con un messaggio politico controverso. Si: potresti essere arrestato per il solo fatto di indossare una maglietta con la scritta “FREE TIBET”.

Ma lo sgambetto della moda e di Tumblr è proprio dietro l’angolo. E la capacità che il meccanismo dell’imitazione e dell’emulazione hanno di svuotare di significato ogni rivoluzione fa ancora strike. E così fioccano articoli dal titolo Le 5 magliette che devi avere per essere una vera femminista o Le 10 t-shirts per difendere i diritti delle minoranze e Instagram si riempie di selfie ricchi di hashtag ma privi di una qualsivoglia cognizione di causa. Si indossano magliette che proclamano solidarietà con le donne quando la produzione di t-shirt economiche da grande catena spesso coinvolge il lavoro di migliaia di donne (e non solo) terribilmente sottopagate. Si vende un messaggio per un like. Una causa per l’apprezzamento effimero di un cuoricino rosso su Instagram.

E no, Katharine Hamnett non approverebbe. Perché quando la stilista e attivista inglese ha creato negli anni ’80 le sue magliette slogan lo ha fatto con una solo missione: far pensare e agire. Ecco quando è lecito indossare una maglia parlante. Quando si è pensato, a lungo. E quando si è deciso che si vorrà agire, prima o poi, per cambiare le cose. E allora quello slogan diventa davvero un tatuaggio di cotone e una rivoluzione. Quando dà vita ad una discussione, anche solo con il vicino di treno impiccione che ti chiede perché hai scelto quelle parole su quella maglietta. E quando tu lo sai, il perché, è lì che comincia la magia.

Quindi no, non è colpa dei social se le slogan t-shirt stanno uscendo dall’ambito della contestazione per entrare in quello del mero feticcio estetico. Al contrario, la forza del Web 2.0 ci permette più che mai di far sentire la nostra voce, megafono e strillone degli anni 2000. La slogan t-shirt non ha perso la sua forza. È solo diventata di moda. E se questo significa che diventeranno di moda anche la contestazione, la rivoluzione e il cambiamento ben venga. Non aspettiamo altro.

Nonostante i pericoli di questa massiccia commercializzazione di t-shirts politicizzate, dico grazie a Katharine Hamnett e a George Micheal. Perché adesso quando prendo la metropolitana piena zeppa di gente non sono costretta a leggervi addosso “STASERA FACCIO LA BRAVA” o “L’AMORE È ETERNO FINCHÉ È DURO”. Ma posso leggervi il petto e ricordarmi che il patriarcato regna supremo e che devo fare qualcosa. Che la comunità LGBT lotta ancora come sessant’anni fa e che devo fare qualcosa. Che il mondo presto scomparirà sotto tonnellate di plastica e che devo fare qualcosa. Mi ricordo che devo sollevarmi e lottare, prendere una posizione, anche se per ora magari tutto quello che posso fare è mettermela addosso la mattina insieme a dei jeans. E che devo correre, come Mark Renton sulle note di Iggy Pop, se voglio accaparrarmi davvero il diritto di scegliere.

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.