L’Amore nell’Arte: il sentimento interpretato dagli artisti

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Il bacio della Sfinge

Non penso ci sia molto da dire o da spiegare, perché quando si parla d’amore il rischio più grave in cui si incorre è quello di essere banali. È sempre in agguato la tentazione di utilizzare qualche frase smielata e irritante capace di smontare tutta la bellezza ed il mistero di questo sentimento immenso e complicato, così talvolta matto e incontrollabile da parere soprannaturale.

Lo so, di amore ne esistono diversi tipi e forme, ma per una volta abbandoniamoci al romanticismo, senza proferir parola ma facendo godere i nostri occhi, osservando chi con tratti muti e colorati ha saputo imprimere sulla tela o sulla pellicola un po’ di quell’emozione che ci fa sentire più vicini a qualcosa di magico, incomprensibile alle nostre menti.

Simbolismo ed Espressionismo si fondono nei pennelli di Franz von Stuck che nel 1895 realizza Il bacio della Sfinge, un quadro potente e passionale che ci mostra un amore lontano da quello cortese e gentile, bensì è terreno e dirompente, e si consuma in un bacio disperatamente cercato come ragione unica di vita. La carnalità dunque è sì una sfaccettatura dell’amore, ma qui viene raccontata come oscura e peccaminosa, come suggeriscono le tinte scure e la mostruosità della Sfinge che rappresenta colei che stimola il peccato.
Le nostre menti ancora faticano a scindere il sesso dal concetto di proibito, eppure l’amore è anche sangue e non solo anima, è spirito e carne, e questo quadro oltre ad evocare la presunta peccaminosità del corpo, ci ricorda la sua natura animalesca, istintiva e primordiale, contrapposta all’idealità di un certo tipo di sentimento, tanto caro alla mente umana più fina e sensibile. Ma l’unione di questi opposti crea la perfezione.

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Il bacio con la finestra

Non riuscire a trovare una persona con la quale tendere all’amore e cercare un equilibrio emotivo costruendo un rapporto duraturo e felice, è una delle principali fonti di frustrazione, rabbia e disperazione nel genere umano.
L’amore è figlio degli incontri propizi, incontri che non tutte le vite faranno: la casualità può essere fausta come infausta, per questo le occasioni bisogna crearsele e cercarsele incessantemente, altrimenti in noi si farà forte la malinconia.
Il blu, il nero e le luci fredde del nord Europa accentuano lo sguardo sconsolato di Edvard Munch, che nel 1892 osserva di nascosto due amanti che si baciano: ruba quell’attimo, lo deforma e lo spoglia di quel calore di cui è naturalmente portatore. Il freddo e il buio ci raccontano la solitudine che attanaglia il pittore, dimostrando più che mai quanto sia importante conoscere la vita di un artista per comprendere davvero la sua produzione.
Solo, disperato e perso, Munch guarda gli amanti con un misto di invidia e disprezzo, negando loro un’identità precisa: sono forme indefinite che si perdono tra loro, sfuggenti e forse clandestine. L’ossessione di Munch per l’Amore e la Morte lo spingerà a creare Il Fregio della Vita, ciclo che comprende anche Il bacio con la finestra e che racconta questa continua tensione tra Eros e Thánatos che ha caratterizzato la sua vita, dove la ricerca dell’amore fu sempre ostacolata da un pesante alone di morte.

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Gli amanti

D’altronde ripensando ai rudimenti di psicanalisi che ricordo, è impressa nella mia mente quella teorica sfida interiore costante che viviamo, dibattuti tra l’Eros che rappresenta la Vita e Thánatos la Morte. In effetti l’amore come il sesso sono ciò che di più vitale esista, ciò che più contrasta la morte. Come può ricordare la morte qualcosa di così sfavillante e travolgente, dolce e accogliente? Nell’unione tra due persone la morte è cacciata altrove.

«Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco» diceva Egon Schiele e d’altronde i suoi disegni sono proprio così, spregiudicatamente vitali. I corpi nudi si intrecciano alla perfezione e pazienza se l’Austria di inizio ‘900 di genitali non ne volesse vedere, essi esistono e pulsano e vivono. La carnalità c’è ma non è peccato, non è sporca, non è perversa, è naturale, reale, tenera. Ne Gli amanti (1913) c’è tutto.
Anche Schiele fu interessato al dualismo Amore e Morte, ma riuscì a cogliere, anche attraverso uno sguardo ironico, quella vitalità che l’amore e il sesso sanno donare, vitalità che a Munch fu negata.

L’amore davvero ideale e romantico come comunemente lo immaginiamo si è invece concretizzato appieno in Marc Chagall, infatti il pittore bielorusso amò alla follia la prima moglie Bella Rosenfeld e a lei dedicò numerosi dipinti. Il loro amore era sì perfetto e totale che poteva far volare il pittore e la sua amata sopra i tetti di Vitsbek, compianta patria di Chagall.

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Sopra la città

È il 1918 e il conflitto mondiale è finito, il pittore in patria è stimato ed è richiesto per ricoprire un ruolo rilevante per la Cultura della nascente Grande Russia, infine è riuscito a sposare il suo grande amore. Ecco Marc e Bella fluttuare nell’aria: i loro corpi sembrano risentire di una qualche influenza del cubismo, ma c’è solo un vago accenno poiché quello è un modo di interpretare la realtà fin troppo fedelmente, così realisticamente da non volerne tralasciare nessuna sfaccettatura. Ma qui si sta parlando di sogno, colore, amore. Sopra la città trasmette una grande pace e fa comprendere realmente come un legame giusto e profondo sia totalizzante ma non estraniante, sia potente e fonte di energia.

Che sia carnale o platonico, privato o osservato, vissuto o anelato, l’Amore ci scuote e ci meraviglia, ci confonde e ci chiarifica, getta buio e luce sulle nostre esistenze. Ma ci fa anche comprendere davvero chi siamo e cosa vogliamo: ci vediamo attraverso gli occhi dell’altro in una nuova prospettiva, quell’altro che finalmente non ci imprigionerà ma ci risalterà.

L’amore, dunque, può essere dolore ma deve essere soprattutto gioia, non smettiamo mai di dimenticarlo.

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Henri Cartier-Bresson

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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