#1B1W – L’amore giocato e lasciato ne “Il giardino dei Finzi-Contini”

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Solitamente l’amore si pensa in “prospettiva”. Una storia d’amore si costruisce pensando al futuro, eppure Giorgio Bassani ne Il giardino dei Finzi-Contini riesce a costruire una profonda vicenda amorosa nello spazio di un ricordo che spadroneggia nei sensi di un anonimo protagonista ed è solleticato nel farlo dal tragitto in auto di una gita fuori porta. Non solo, lo pensa su uno “sfondo”: abilmente si mescolano così storia privata e storia pubblica, l’amore che unisce e che, purtroppo, è costretto a misurarsi con le separazioni che le leggi razziali impongono, in una Ferrara che si trasforma nell’aspetto e nelle consuetudini sotto il peso delle vicende di tutta la prima metà del Novecento, culminate nel secondo conflitto mondiale. In questo modo, con questo ritmo, l’autore restituisce un andirivieni che ricorda tanto quello delle palline sui campi da tennis: siamo ne Il giardino dei Finzi-Contini. Si tratta di una delle Cinque storie ferraresi dello straordinario ciclo Il romanzo di Ferrara, città nella quale l’autore trascorse la sua infanzia e adolescenza, facendone il teatro della narrativa alla quale si dedicò al rientro dalla Resistenza. Scrittore, poeta, consulente editoriale per Feltrinelli, Giorgio Bassani è stato anche vicedirettore della RAI.

Il giardino dei Finzi-Contini è un luogo aperto all’emozioni, fiorito di speranze e perso in inestimabili ettari di terreno su cui veglia la Domus Magna. Lì dove il tempo sembra dilatarsi, non si rincorre più l’attualità, che muta in un rapido slancio e rinvio a colpi di racchette. Lì spendono i loro giorni Micol e Alberto, figli della famiglia Finzi-Contini, con i quali il protagonista crea un rapporto sempre più stretto, avviluppante. Ma è Micol la miccia dei suoi giovani turbamenti emotivi: la sua spensieratezza, la sua algida bellezza, la sua simpatia mista ad un temperamento forte e risoluto. L’amore ha bussato alle loro porte dal primo incontro pre-adolescenziale, quando complice una brutto voto a scuola e una consolazione inaspettata, per la prima volta si ritrovano insieme in quel magico giardino.

Cresce la complicità, insieme al loro numero di scarpe. Giovani universitari, il rapporto dell’anonimo protagonista e Micol cresce e si consuma sempre di più proprio in quel prato tra i componenti dell’importante famiglia, con gli amici, Alberto (fratello di Micol) e Malnati. Intanto, le loro esperienze universitarie devono subire un’accelerata affinché possano trovare una conclusione, mentre i circoli sportivi e culturali continuano via via a chiudere le porte a loro, giovani ebrei, assorbendo progressivamente le linee politiche nazionali.

Il mondo li chiude sempre più fuori e loro si rintanano sempre più dentro al loro mondo, racchiuso tra le mura della tenuta Finzi-Contini. Ed è lì, in quel mondo piccolo, tutto sommato liberatorio quanto soffocante, in quel fermo-immagine che rimarrà per sempre intrappolato l’amore di e per Micòl: il protagonista sogna, la bacia e prova a possederla, ma non per semplice goduria, bensì per suggellare con la carnalità la profondità elettiva che i loro cuori racchiudono. Lei, consapevole, non si lascerà mai andare.

Più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente.

Sente l’odore del ritorno a Milano dell’amico Melnati; sente l’odore della malattia del fratello; sente la puzza delle leggi razziali rendere l’aria sempre più irrespirabile; sente in lontananza il fetore di certa umanità ai margini della “cenere” che avrebbero prodotto. E allora che l’amore rimanga lì in quel giardino. Non appeso ad un futuro la cui consistenza non è paragonabile neanche a quella di un panno lercio.

Anche le cose muoiono. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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