Una vita da romanzo più vera del vero: Georges Simenon e i sui eccessi

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Georges SimenonOltre diecimila, prostitute incluse ça va sans dire: questo il roboante numero delle donne conosciute in senso biblico da Georges Simenon, “scrittore belga di lingua francese” (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989).

Le virgolette, poste sulla definizione di scrittore, sono necessarie, ché in un certo senso risulta limitativa: come 10.000 donne (prostitute incluse, il che è significativo) sono eccessive al punto da far impallidire le < 1000 di un Florentino Arisa, così la scrittura di Simenon ebbe i tratti della compulsività al borde di una manifestazione patologica. Lasciando parlare i numeri, Simenon scrisse circa 450 tra romanzi e scritti più brevi, di cui 75 romanzi aventi per protagonista il commissario Maigret, altri 117 romanzi a sfondo psicologico, più o meno 3.000 articoli di varia foggia e dimensione; il tutto, usando almeno 37 pseudonimi, venendo tradotto in 58 lingue di oltre 40 Paesi per un totale di oltre 700 milioni di libri venduti (per tacer dei film tratti o ispirati ai suoi lavori).

Tolta l’invidia di uno che non riesce nemmeno a farsi rispondere con un aggettivo quando dà in lettura agli amici i propri lavori, anche questi sono numeri da far tremare i polsi; ci sono scrittori oltremodo prolifici, ma nemmeno Isaac Asimov e Stephen King arriva/rono a tanto: King afferma di scrivere per 363 giorni l’anno, e di produrre 6 pagine al giorno. Simenon arrivò ad affermare di riuscire a stender 80 pagine al giorno, che evidentemente non avevano bisogno di revisione, altrimenti tale produzione sarebbe stata fisicamente impossibile.

simenon-6 (1)Ciò premesso, va detto che lo stile narrativo di Simenon lo favorì senza dubbio alcuno in questa impresa: secco, asciutto, lontano da voli pindarici in senso linguistico, Simenon resta lontano sia dall’hard boiled ma anche dal “giallo classico” piuttosto ricco di fronzoli e dettagli. Quasi di conseguenza, Simenon sposta così l’attenzione dalle classi superiori  alla medio-piccola borghesia, per quanto permanga le necessità di riferirsi alle upper-class per certe ambientazioni in particolare di Maigret, che per lo svolgimento della trama necessitano di protagonisti senza alcun problema economico e impegno lavorativo.

Ma considerato il corpus complessivo dell’opera di Simenon, emergono prepotentemente almeno due aspetti fortemente innovativi ed irreversibili. Innanzitutto, la borghesizzazione del racconto giallo che vede finalmente protagoniste le persone comuni, anonime anche, uomini e donne grigi su fondo grigio. Mentre però l’ambientazione fisica viene dipinta con pochi – ma efficaci – tratti brevi, ecco comparire la seconda istanza innovativa del geniale scrittore belga, l’approfondimento psicologico, connesso oltretutto allo sviluppo della trama.

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Gino Cervi nei panni del commissario Maigret

Insomma, per Simenon la costruzione di un meccanismo perfetto, ma magari impossibile come Assassinio sull’Orient Express, non è più l’oggetto del desiderio dell’autore: lo è invece la costruzione di una realtà umana, quindi di un meccanismo dove, trattandosi di borghesia, interviene un fattore di stress. Maggiormente nei romanzi non-Maigret, ma anche nelle inchieste del commissario, fondamentale è la ricostruzione della realtà e della vicenda umana, decretando la fine dei personaggi stereotipati secondo censo: le inchieste sono quindi una sorta di percorso a ritroso, alla ricerca del fattore scatenante del delitto: un granello di polvere nell’ingranaggio della vita piccolo borghese, quello che oggi viene definito fattore di stress da chi si occupa di disagio sociale (ma anche nei telefilm come Criminal Minds), et voilà, il delitto è servito. Bastano un paio di incidenti (perdita del lavoro, di un familiare…) e chiunque può sviluppare una dipendenza patologica, e/o diventare un dropout, un clochard. O un assassino.

Le conseguenze nel mondo del giallo/thriller sono devastanti: i personaggi prendono vita di modo che seguiamo le loro esistenze svilupparsi parallelamente alle indagini (vedi il magnifico Hill Street, i romanzi di Ed McBain), assistiamo a capolavori dove un ostacolo nell’ingranaggio fa sì che la vita e il dramma inizi a scorrere come su un piano inclinato senza possibilità di intervento (ne è esempio il bellissimo film Onora il padre e la madre, di Lumet).

simenon (1)Straordinariamente eccessivo nella scrittura, Simenon ebbe anche una vita se non romanzesca quantomeno movimentata: segnata da un difficile rapporto con la madre, dalla morte del fratello, dal suicidio della figlia; segnata anche da amicizie importanti, come quella epistolare con Gide e con Federico Fellini. Fu Fellini al quale confessò i 10.000 rapporti carnali, e ne diede anche spiegazione, parlando di 8.000 prostitute e per il resto di donne “di estrazione sociale inferiore alla sua”: sia come sia, per Simenon il sesso «non (era) assolutamente un vizio, “non sono un maniaco sessuale, ma sento il bisogno di comunicare”, e fare sesso per lui era come respirare». A coronamento quasi comico, Simenon fu anche un accanito fumatore (di pipa) e un forte bevitore: ma uno dei dati più fuori dagli schemi è probabilmente quello delle residenze: nel corso di 86 anni di esistenza, Simenon ne cambiò addirittura 33, tra Belgio, Francia, Canada, Stati Uniti e Svizzera.

Una vita segnata dall’eccesso e dalla scrittura, Simenon ebbe a dire a proposito di quest’ultima «scrivere non è una professione, ma una vocazione di infelicità», ed in effetti a guardare dalla nostra postazione distante in ogni senso possibile si ha la sensazione di una personalità tanto forte quanto dominata dalle coazioni a ripetere per soddisfare una sete, una curiosità pressoché inestinguibili.

Fino a fare della sua vita qualcosa di incredibile: ma come, disse egli stesso, «La verità non sembra mai vera».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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