Contro chi suona il piffero per la rivoluzione: Elio Vittorini

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Elio Vittorini

Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908 – Milano, 12 febbraio 1966) è stato uno scrittore impegnato, inquieto e ribelle. Nelle sue opere, caratterizzate da una grande modernità, protagonista è l’Italia nuda e cruda, quell’Italia travagliata dai conflitti e dalle ideologie politiche, dove la società in costante mutamento inquieta essa stessa, un’Italia a volte ferita, ma con la voglia di rialzarsi e andare avanti.

Nato a Siracusa, da giovane seguì il padre ferroviere nei suoi spostamenti, evento che accentuò quello spirito nomade che lo portava da ragazzo a sfruttare i biglietti omaggio, cui hanno diritto i famigliari dei dipendenti delle ferrovie, per viaggiare e vedere il mondo: il viaggio e il treno saranno spesso presenti nelle sue opere.

Se avessi avuto i mezzi per viaggiare sempre credo che non avrei scritto un rigo.

La passione per il viaggio la trasferì anche ai suoi lettori. Probabilmente uno dei suoi romanzi migliori, Conversazioni in Sicilia, racconta proprio di un viaggio, in buona parte in treno, del protagonista, Silvestro Ferrauto, intellettuale che vive a Milano, figlio di un ferroviere.

Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela.

Usato per presentare i personaggi che mano a mano si incontrano, il viaggio nel racconto non è solo una passione di Elio Vittorini, ma un vero e proprio stratagemma usato per raccontare, con un abile uso della simbologia, argomenti che celano una critica, seppur velata, al fascismo e alla sua mano pesante sulla società, sulle persone, sulla libertà, sulla letteratura. Una tecnica molto suggestiva accompagnata da una novità per la letteratura, un ricco apparato iconografico ad opera di un grande fotografo italiano, Luigi Crocenzi.

Continuò ad accostare la scrittura e la fotografia anche con la grande avventura editoriale de Il Politecnico. Volontà di Vittorini era di diffondere una nuova cultura tramite il giornale, una cultura più vicina alle persone e più immediata, concentrata sull’attualità letteraria, l’economia e la politica.

La letteratura doveva essere attuale, tenere il passo delle evoluzioni della società, che nonostante gli sforzi contrastanti del regime fascista, si stava avvicinando sempre più all’America. Infatti già dagli anni ’30 (il decennio delle traduzioni secondo Cesare Pavese) Elio Vittorini, insieme ad altri letterati italiani, si dedicò allo studio e alla traduzione degli scrittori americani. Lo scrittore siciliano credeva profondamente nella ventata di aria fresca e nel rinnovamento che quella letteratura avrebbe potuto portare nel panorama culturale italiano: l’America rappresentava, agli occhi dell’antifascista Vittorini, «un nuovo oriente favoloso» un luogo di libertà, una libertà politica ed intellettuale che l’Italia fascista limitava.

I suoi sforzi sfociarono nell’Antologia Americana: l’opera raccoglieva 33 autori e 48 brani narrativi, suddivisi in nove sezioni, ognuna introdotta da una nota di Vittorini stesso. Era il 1941 quando arrivò la mano della censura a frenarne la pubblicazione: l’antologia era considerata un pericolo per la società in quanto «non farebbe che rinfocolare la ventata di eccessivo entusiasmo per l’ultima letteratura americana».

La sua passione per la letteratura americana non si fermò, continuò a studiare, tradurre e pubblicare gli scrittori d’oltreoceano sul Politecnico, oltre che ad operare nella Resistenza. Soprattutto lottò sempre per la libertà degli scrittori, nonché per una letteratura più moderna che rispondesse ai cambiamenti della società:

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie, ma “diverse” da quelle che la politica pone: esigenze … dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre “accanto” alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali è perché vedo la tendenza a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura di cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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