Immanuel Kant, la tra sistematicità e la necessità di indagare l’estetico

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I. Kant

Königsberg, nel 1724, è la capitale della Prussia Occidentale. Oggi si chiama Kaliningrad ed è il capoluogo dell’omonimo Oblats russo, tra Polonia e Lituana. In quell’anno la città venne unificata a partire dei conglomerati di di Altstadt, Löbenicht e Kneiphof. Ma non è l’unica cosa che accadde in quel lontano 1724. Quarto di undici fratelli (o forse nove), nacque il filosofo che, dopo Cartesio, istituì un nuovo discrimine nella filosofia. Con la nascita di Immanuel Kant si apre la grande tradizione sistematica tedesca, che confluirà nel grande sistema di Hegel, passando per autori come Fichte o Schelling.

Era il 22 aprile 1724: ma, quando la morte coglierà il filosofo dopo una lunga vita tra insegnamento e pensiero, il 12 febbraio 1804, Kant è ancora a Königsberg. Qui frequenta l’Università sia come studente che come insegnante, qui passa le sue giornate a preparare lezioni e a scrivere i suoi trattati. Nemmeno l’offerta di uno stipendio più alto in un’altra università lo porterà lontano dalla sua città natale.

Leggenda vuole che Kant si svegliasse ogni giorno alle cinque meno cinque, per andare a dormire alle dieci. Lo studio giornaliero era intervallato da lunghe passeggiate per la città, sempre alle stesse ore. Si dice che i cittadini di Königsberg regolassero gli orologi sulle sue abitudini, dalle quali non si discostava mai.

Certo, si tratta di una leggenda, forzata anche dalla sovrapposizione fra i testi kantiani e la sua persona: la sua idea rigida di morale e di conoscenza portò a pensare ad un filosofo rigido e fisso sulle sue piccole manie. In realtà la vita ritirata e rigidamente scandita riguarda sicuramente la sua senilità, ma non certo i periodi in cui studiò all’Università o vi insegnò. Inoltre, lo stipendio da lui percepito nella prima fase della carriera dipendeva direttamente dai suoi studenti, poiché erano loro stessi a pagarlo: scrivere buoni lezioni e lavorare strenuamente fecero parte per lungo tempo della sua vita.

Sono tante le pubblicazioni kantiane, ma quelle per cui è più sconosciuto sono sicuramente le tre critiche: Critica della Ragion Pura (1781), Critica della Ragion Pratica (1788) e Critica del Giudizio (1790).

Queste tre opere sono le grandi sistematizzazioni del pensiero kantiano e affrontano, essenzialmente, tutti i grandi campi della conoscenza, nel tentativo di riunire tutto lo scibile umano seguendo il modello dell’unica conoscenza perfetta: la scienza. Seguendo anche influenze newtoniane, Kant cerca di dare al suo impianto un’impronta volta a far rientrare tutto nel campo della perfezione scientifica, tenendo l’intuizione perfetta delle idee a priori come modello. La deduzione, passando da postulati generici, porta a conoscere il mondo per com’è tramite idee generali: concetti come lo spazio e il tempo sono per Kant le basi della conoscenza, le due intuizioni pure a priori, tramite le quali, grazie alle dodici categorie, ci approcciamo alle cose che conosciamo, ai fenomeni.

Ma, in questo enorme impianto sistematico kantiano, c’è spazio anche per un campo che, dopo Baumgarten, sta cercando sempre di più di entrare nel campo delle discipline scientifiche: l’Estetica.

Kant non parla mai di questa disciplina chiamandola con il suo nome, che da poco aveva ricevuto nel 1935 da Baumgarten, con il quale entra in piena polemica (benché senza nominarlo mai): per il filosofo di Königsberg qualsiasi filosofia dell’arte e del bello non può essere una disciplina al pari delle altre scienze. Eppure, questo testo è sicuramente una delle basi dell’Estetica per l’acume con cui Kant studia e affronta comunque una disciplina che, a suo dire, non è al pari delle altre.

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Epitaffio di Kant

Eppure, sono tanti i campi tipicamente settecenteschi e estetici con cui si confronta: il sublime, il concetto di bello, l’immaginazione e il Genio.

Per quanto riguarda le idee estetiche, esse non potranno mai essere come le altre idee, non avranno mai un concetto di riferimento a riempirle: rimangono senza un vero riferimento concettuale. Eppure, hanno una caratteristica senza dubbio importante: ci fanno pensare molto. Non ci danno una conoscenza perfetta, ma possono alimentare il gioco tra le nostre facoltà, aiutate anche dall’immaginazione.

Ma c’è anche chi nasce con una capacità più spiccata degli altri per questo gioco delle facoltà: è il Genio, quell’individuo particolare che, anche per un filosofo sistematico come Kant, riesce più di altri a usare la propria immaginazione e dal proprio gusto a pensare a idee estetiche.

Certo, il filosofo non ci concede molto di più: la bellezza, ad ogni modo, rimane quella che al massimo grado riesce a imitare la bellezza della natura, quella che maggiormente ci ricorda la perfezione del mondo naturale. Eppure, ad ogni modo, c’è spazio per il bello, per il concetto di gusto che sempre più si distacca dal semplice ambito culinario. C’è uno spazio per la disciplina estetica, anche se non sembra avere così tanta importanza.

Anche in un filosofo così rigido e all’apparenza abitudinario come Kant troviamo lo spazio per un’intera critica riguardante il giudizio che apre ad nuovo modo di intendere l’estetico, già affrontato nella Critica della Ragion Pura.

Perché, anche per filosofo che vorrebbe solo la massima perfezione conoscitiva, è impossibile che non emerga l’Arte, l’estetico, il bello e l’immaginazione.

Alla fine, anche il bello è immagine del bene morale. Ma, sicuramente, è uno spettacolo che come il cielo stellato può dirci molto sulla grandezza dell’intelletto umano.

Due cose riempiono la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto, tanto più spesso e con costanza la riflessione si sofferma su di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.

Epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant – Critica della ragion pratica

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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