Franco Zeffirelli: lo splendore dello spettacolo al di là dell’uomo

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Stile e contraddizione: basterebbero queste due parole per descrivere Franco Zeffirelli (Firenze, 12 febbraio 1923), uno dei più famosi registi italiani. Un uomo dai grandi successi ma anche dalle mille polemiche e travagli mediatici, un artista la cui storia è indissolubilmente legata al suo estro e al suo far parlare di sé.

Il cinema di Zeffirelli si colloca a metà strada tra le atmosfere neorealiste e l’ampollosità, lo stile e l’eleganza di una tradizione cinematografica capace di andare oltre i confini italiani: potremmo paragonare la sua arte a una lanterna magica, che gira come una giostra e proietta le sue ombre fantastiche sui muri, ombre capaci di trasformarsi in illusioni di leopardiana memoria. Insomma, finzione resa verità dallo scintillio e dai manierismi di storie drammatiche, dai toni lirici e altisonanti che molti trovano essere, a tratti, patetici. Eppure, è proprio questo suo tratto distintivo che gli ha permesso di lavorare quasi esclusivamente con produzioni internazionali: il suo cinema non sarà ai livelli del suo mentore Luchino Visconti (con cui Zeffirelli intrattenne una lunga e tormentata relazione negli anni Cinquanta), eppure il suo nome si è ormai consolidato nell’industria cinematografica.

Per comprendere meglio la sua opera, basta dare un’occhiata ai suoi esordi: non solo compì le prima esperienze nel cinema accanto a Visconti e Francesco Rosi, ma di fatto iniziò la sua carriera a teatro, curando numerosi rappresentazioni alla Scala, molte delle quali portate in tour anche su palcoscenici internazionali come il Royal Opera House. Tra le messe in scena da lui curate, vanno ricordate Cavalleria Rusticana, Pagliacci (1961), La Boheme, Aida (1963), Tosca, Rigoletto (1964).

Fu verso gli anni Sessanta che si impose in campo cinematografico, restando sempre legato alla dimensione teatrale: sue sono le trasposizioni de La Bisbetica Domata (1967) e Romeo e Giulietta (1968). In particolare, la nota tragedia può considerarsi il manifesto artistico di Franco Zeffirelli, poiché contiene tutti quegli elementi cari alla sua opera, ossia la drammaticità e quell’atmosfera che oggi, per fare un esempio, rivediamo in un regista come Baz Luhrman. Il film è conosciuto per essere una delle trasposizioni più fedeli dell’opera shakespeariana, tanto che gli stessi attori protagonisti erano quasi coetanei dei personaggi originali: durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni e Olivia Hussey (Giulietta) sedici. Il film causò numerose polemiche a causa di una scena di nudo, sia in Italia che negli Stati Uniti. La pellicola guadagnò nel 1969 il Premio Oscar per la Migliore fotografia e i Migliori costumi, oltre alla nomination per Miglior film e Miglior regia.

Per tutta la seconda metà del XX secolo alternò regia teatrale e cinematografica, in particolare tra il 1966 e il 1999 diresse Jane Eyre e Un tè con Mussolini (questo in parte autobiografico). La sua ultima fatica risale al 2012, con la messa in scena di Pagliacci al Teatro Filarmonico a Verona.

Vi è un oceano di differenza che separa il Zeffirelli artista dal Zeffirelli uomo. Un uomo che ha suscitato spesso polemiche per le sue uscite discutibili o per le sue idee politiche, un uomo con un rapporto complicato con la sua patria, tanto che le sue opere non hanno mai posseduto un’identità italiana: fortunatamente quest’aspetto legato al suo personaggio pubblico e politico non è mai penetrato nelle sue pellicole, le quali risentono invece solo del suo amore per l’arte, per la lirica e la drammaturgia.

Un uomo che ha portato il palcoscenico nel cinema e viceversa: un’entità artistica a cui è difficile dare un nome, ma il cui marchio nella storia del cinema è indistinguibile.

Carmen Palma per MIFacciodiCultura

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