Darwin e “L’origine della Specie”: viaggio nel tempo fra scienza e attualità

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Charles Darwin
Charles Darwin

Charles Darwin nasce a Shrewsbury il 12 febbraio 1809 e muore a Londra il 19 aprile 1882: in onore della sua nascita, il 12 febbraio è anche il Darwin Day. Ma un’altra data importante nella vita di Darwin è il 24 novembre 1859, quando il naturalista inglese e bislacco esploratore del mondo dava alle stampe la sua opera più celebre: L’origine della specie. A distanza di secoli questo trattato, frutto di quasi quindici anni di osservazioni sul campo, studi e relazioni, resta ancora oggi uno dei capisaldi della letteratura scientifica.

Fu un viaggio in Sud America, svolto subito dopo la laurea e durato ben cinque anni, ad accendere la meraviglia e l’intuito di Darwin. Qui, gli occhi vivaci e curiosi di quello strambo studente che amava trascorrere il tempo a “raccogliere scarafaggi” e a farsi domande sulle leggi della natura, incrociarono un mondo pazzesco – unico per varietà di specie animali e vegetali che lo popolavano. Un guizzo lo rapì e liberò pensieri nuovi che andavano verso un’unica direzione: la teoria dell’epoca, secondo la quale le specie animali e vegetali fossero il frutto di creazioni divine indipendenti le une dalle altre, era sbagliata.

Cominciò così la rivoluzione darwiniana. Un nuovo modo di guardare alla Terra e alla Vita che essa ospitava, e che muoveva dalla consapevolezza che «dall’umile parassita che si attacca alle piume di un uccello al seme piumato trasportato dalla più leggera delle brezze, vediamo ovunque meravigliosi adattamenti».

Secondo Darwin la natura ci meraviglia e ci scuote ogni giorno con piccoli e grandi mutamenti ai quali piante e animali cercano di adattarsi per sopravvivere, producendo a loro volta altre variazioni che interessano la specie. Un principio tanto semplice quanto geniale, due caratteristiche del pensiero darwiniano che il biologo e filosofo britannico Thomas Huxley suggellò nella famosa espressione «Che stupido a non averci pensato!».

Ma quali sono i processi che governano la sopravvivenza delle specie, e di alcune in particolare rispetto ad altre? Secondo la teoria di Darwin sono sostanzialmente due. La Selezione Accumulativa, secondo la quale è l’uomo che “sceglie” le variazioni a lui più gradite ed utili favorendo così lo sviluppo e la sopravvivenza di quelle specie che ne sono portatori. Per spiegare questo principio, Darwin ricorre all’esempio degli allevatori di cavalli, che, tempo per tempo, hanno “selezionato” e allevato gli animali con le caratteristiche più consone ai propri scopi, privilegiando o i cavalli da tiro o i cavalli da corsa.


Lapide della tomba di Charles Darwin nell’Abbazia di Westminster, Londra

C’è poi la Selezione Naturale, secondo la quale è la natura che “sceglie” le variazioni che meglio si adattano ai mutamenti di scenario. E lo fa per raggiungere un “punto di equilibrio“, poiché nascono più individui di quelli che possono sopravvivere con le risorse a disposizione. I cambiamenti climatici e la scarsità di cibo, ad esempio, sono due condizioni che ostacolano la sopravvivenza di tutte le specie. Solo quelle più forti o che svilupperanno mutamenti in grado di resistere al nuovo stato delle cose, avranno la meglio. E sarà sempre la natura il motore di questo processo, poiché i mutamenti favorevoli saranno trasmessi alla prole secondo i meccanismi ereditari, quelli dannosi o che non preservano l’individuo andranno invece a scomparire.

Se ci fosse la macchina del tempo, sarebbe curioso riaprire gli occhi di Darwin sul mondo di oggi. Chissà cosa penserebbe di questo mondo dove piovono bombe dal cielo, dove sciami di uomini, donne e bambini si muovono per terra e per mare nelle condizioni più disumane, e il surriscaldamento o i terremoti non sono solo un fatto fisiologico della trasformazione della Terra ma anche il frutto di una violenza continua dell’uomo sull’ambiente.

Chissà se la sua teoria gli sarebbe bastata a spiegare i nostri tempi.

Le guerre del petrolio e del potere, con l’eco di Dio sullo sfondo. Forse per spiegarci la Selezione Accumulativa Darwin non ci avrebbe fatto più l’esempio degli allevatori di cavalli ma di uomini che uccidono altri uomini, considerati troppo scomodi solo per il fatto di occupare porzioni di territori dove si annidano interessi materiali ed economici più importanti della vita stessa.

Le migrazioni di profughi, dove la lotta alla sopravvivenza si combatte fin nell’ultimo buco di una stiva di un gommone malandato. E che importa se si arriva stremati, bagnati, con le vesti strappate e la pelle squarciata dalle ustioni per la benzina mescolata al sale. Che importa se si arriva vivi o morti. Questa è la lotta per la sopravvivenza, ed è scritto nei libri di Darwin che c’è sempre qualcuno che non ce la fa.

Poi ci sono quelli che profughi non sono, hanno vite comode anche se tra mille problemi, vestiti puliti e un ombrellone per andare al mare l’estate. E questi i profughi non li vogliono, e quando li vedono arrivare gridano a squarciagola «aiutiamoli a casa loro perché qua siamo in troppi». Ci vorrebbe forse un terzo principio, quello della Selezione Umana, perché qui a decidere chi debba sopravvivere su questo pianeta perché siamo in troppi e le risorse scarseggiano non è più la natura e nemmeno il DNA, ma l’uomo. E poi chissà cosa avrebbe detto Darwin delle case e delle scuole venute giù, accartocciate su stesse sotto ai colpi di un terremoto perché qualcuno le ha deliberatamente costruite male, ché tanto il proprio tornaconto personale vale il sacrificio della vita di un altro uomo, o addirittura quella di un bambino. Avrebbe pensato che a questo mondo non sopravvivono solo i più forti, ma anche i più furbi e i più spietati.

Non so se a Darwin sarebbe piaciuto questo mondo. Questo mondo lo avrebbe costretto ad esplorare più l’animo umano che la natura – e lui non era certo uno psicologo, ma un naturalista.

E allora gli sarebbe mancato quel tempo lontano di gioiosa scoperta del mondo, e ci avrebbe chiesto di rimandarlo indietro nel tempo, a “raccogliere scarafaggi” ancora una vota e a scrutare i segreti delle tartarughe e delle iguane di mare.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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