“La campana di vetro”: Sylvia Plath e il giogo dell’anima

0 1.023

Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi, o come un campione di calcio dell’università che si trova tutt’a un tratto di fronte a Wall Street e al doppiopetto grigio, i suoi giorni di gloria ridotti alle dimensioni di una piccola coppa d’oro sulla mensola, con su incisa una data, come una lapide di cimitero.

La campana di vetro, Sylvia Plath

Sylvia Plath

Per affrontare la sensibilità di Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963), è necessario comprendere dall’interno il suo romanzo fortemente autobiografico La campana di vetro che segue in parallelo le vicende della stessa scrittrice – e il periodo di lavoro presso la rivista Mademoiselle – e della sua Esther Greenwood. Quest’ultima, studentessa eccellente che soggiorna a New York per un tirocinio presso una rivista di moda, diviene poi preda di una psicosi che la condurrà ad un “suicidio premeditato” che assume i tratti di un’esigenza inespressa, di un groviglio da sbrogliare. Walter Benjamin e Ernst Bloch definiscono questa condizione Eingedenken [1], che non è né ricordo né memoria, ma «l’affiorare di una potenzialità che attende ancora di essere realizzata». In italiano lo si rende come immemorare, un grumo di futuro che giace incompiuto nel passato, come l’idea del suicidio. Esso è il tempo in Esther (Sylvia) e all’infuori di Esther (Sylvia):

Le notti sparirono di scatto come palpebra di lucertola:/un mondo di giorni bianchi e nudi in un’orbita senz’ombra.

Ariel, L’impiccato

L’idea del suicidio nel romanzo plathiano, dagli albori della psicosi, dalla sua potenzialità fino alla sua messa in atto, è come un tic. Un tic latente che appare come un’infezione e si estende sempre di più senza volontà di guarigione. Il tempo si sospende, è come se Esther si trovasse in un limbo, in un grembo materno e cercasse con tutte le sue forze di attaccarsi all’utero per non uscire, per la paura di essere “vista” completamente, ed è lei stessa la “campana di vetro“, quel nucleo di futuro incompiuto. Esther si allontana, schiva i colpi, manipola l’esistente, assorbe il momento, lo respira, lo deglutisce, lo ingoia come se fosse l’unica cosa da fare:

Più sei un caso senza speranza, più ti tengono nascosta.

La campana di vetro

Non è casuale che La campana di vetro sia stato scritto dalla Plath un mese prima che infilasse la propria testa nel forno a gas di casa propria, riducesse la propria vita a quella singola possibilità che rende tutte le altre impossibili, abbracciasse la paura, la attraversasse nella sua grande ed immensa marea mortifera, eppure così luminosa:

Ma sotto il velo dell’aria serena
sente il mistero eterno d’ogni cosa
costretta a divenire senza posa
nell’infinito.

Versi tratti da Amico mi circonda il vasto mare di Carlo Michelstaedter

Ciò che si tende a sottovalutare di Sylvia Plath è la forza, quella spinta centripeta che porta l’essere a divenire nell’infinito, a divenire linguaggio indicibile per la collettività e sferzare colpi per difendere ciò che “volutamente” è perturbante, perché parte dall’anima, dallo spirito, più sotto della carne. C’è una forza che grida, così come in Esther, così come in Sylvia, un io che urla di esserci, di consistere:

Feci un profondo respiro e ascoltai il mio cuore ripetere l’antica vanteria. Io sono, io sono, io sono.

La campana di vetro

Quando piove, come sotto un filtro fotografico, ci sono tonalità cupe, uggiose. Ma aprendo la finestra, uscendo da ciò che è apparente, l’odore di terra bagnata, il silenzio e la pioggia cadono insieme. E coesistono con la medesima forza, con lo stesso colore, così come la costanza nella propria psicosi si mischia ad una lucidità mentale, una forza d’animo, un saper vedere oltre ad un velo squarciato. Rimane un’analisi graffiante, una drammaticità esistenziale che ricopre ogni sponda, un’esistenza che, divelto il velo, «è costretta a divenire senza posa nell’infinito» (Antonello Perli, Oltre il deserto. Poetica e teoretica di Michelstaedter), a risuonare nella campana di vetro «dell’immensità del vuoto che si sente nell’anima» (Giacomo Leopardi, Zibaldone).

Esther, così come Sylvia, diventa un’estranea per sé e per il mondo, ha ben salda la sua condizione e la sua scissione interiore, la vanità dell’esterno e il baratro celato all’interno, che si ricompongono nell’idea del suicidio:

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

da Ariel, Limite, S.Plath

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

[1] Ricordare il futuro. Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, a cura di Stefano Marchesoni, 2017 (p.8)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.