La grande recita a soggetto del Maxiprocesso di Palermo

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Totò Riina

Nella terra in cui per antonomasia si cambia tutto affinché nulla cambi, il 10 febbraio del 1986 iniziò un processo penale per crimini di mafia che la fantasia giornalistica contribuì a definire Maxiprocesso di Palermo, ovviamente per la sua collocazione al Palazzo di Giustizia del capoluogo siciliano, e altrettanto ovviamente per le sue dimensioni: 475 imputati per crimini che andavano dall’omicidio all’estorsione, dal traffico di stupefacenti a (lapalissianamente) associazione mafiosa, con circa 200 avvocati difensori. Il processo di primo grado si concluse con pesanti condanne: 19 ergastoli e pene detentive assortite per un totale di 2665 anni di carcere, quasi interamente confermati nell’ultimo grado di giudizio, in Cassazione, che si concluse il 30 gennaio 1992.

«È impossibile non parlare di Stato quando si parla di mafia»Giovanni Falcone.

«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo»Paolo Borsellino.

Gli stolidi amanti delle statistiche si beano tuttora del fatto che con ogni probabilità il Maxiprocesso fu il più grande processo penale di tutti i tempi e del mondo: in effetti, si tratta di un vero e proprio prodotto dell’eccellenza italiana, che dà ragione del fatto che la parola mafia sia una delle più conosciute nel mondo (anche se il brand esatto dell’associazionismo criminale siciliano è Cosa Nostra) e sia praticamente sinonimica del concetto di associazione a delinquere. I superficiali amanti dei dati anagrafici trovano immense soddisfazioni negli elenchi dei processati, ed i tossicodipendenti della morbosità in quelli delle vittime della guerra di mafia che portò al Maxiprocesso: guerra imperversava all’inizio degli anni ’80 tra il clan dei corleonesi e quello Bontate/Badalamenti (di cui faceva parte anche il famoso Buscetta), che in soli tre anni causò oltre 600 morti.

Maxiprocesso
Luciano Liggio

Sul fronte dei buoni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale del PCI Pio La Torre solo per nominare i più noti dell’epoca. Tale stato di cose, qui semplificato in modo estremo, portò alla costituzione del famoso Pool Antimafia, preceduto da una “semplice” squadra guidata da Rocco Chinnici a sua volta ucciso, e sostituito da Antonino Caponnetto che mise in piedi il pool di cui facevano parte Giuseppe Ayala, Leonardo Guarnotta, Giuseppe DI Lello, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che condussero un lavoro mastodontico, pervenendo alla fine al Maxiprocesso.

La mafia, va detto, è una colossale azienda multinazionale, con core business, attività collaterali, metodologie operative, forme di marketing, bilanci e indotto, con logici agganci politici, fortemente collegata al territorio in cui opera, e le cui ramificazioni sono di origine secolare: infliggerle danni reali è quasi impensabile, pensare di causarne la fine è utopia allo stato puro quanto la pace nel mondo. Oltretutto, la mafia ha fatto la fortuna, oltre che dei mafiosi e di chi la mentalità mafiosa ha fatto sua pur in assenza di una reale associazione, anche di intellettuali e filosofi, di storici e scrittori (memorabile l’opera di Sciascia, ad esempio, e anche una improvvida opinione negativa sul giudice Falcone, e non parliamo neppure di Mario Puzo), attori (Pacino, De Niro, Brando e nel nostro piccolo, Michele Placido deve moltissimo alla mafia), videogamer e cantanti (da Faletti a Fabrizio Moro e molti altri).

La parte più importante del Maxiprocesso di Palermo iniziò alla fine del processo di primo grado nel 1987, quando Antonino Caponnetto decise di ritornare a Firenze: il posto lasciato vacante non fu assegnato a Falcone, la cui candidatura venne giudicata inadeguata per una supposta inesperienza, ma venne attribuito al giudice Antonino Meli. Storia di ordinaria burocrazia italiana: alla competenza venne preferita l’anzianità, prassi che ha causato nei secoli più danni di una Guerra Mondiale. E danni furono anche per il pool antimafia perché Meli, anziché limitarsi a cambiare il logo della carta intestata dell’ufficio come prassi del perfetto burocrate, decise di cancellare il metodo fino ad allora seguito nell’ufficio, smettendo quindi di considerare Cosa Nostra come un unico fenomeno e trattando quindi i crimini di mafia come una semplice serie di delitti scollegati tra loro. Naturalmente questo era esattamente il modo per negare l’unitarietà del disegno criminoso della mafia e per rallentare qualsiasi scoperta di legami sotterranei come la trattativa Stato-Mafia. La “metodologia” seguita da Mali portò rapidamente alla fine del pool antimafia, perché i suoi componenti scelsero di dimettersi e dedicarsi ad altri incarichi.

La conclusione del Maxiprocesso, in definitiva, fu quindi che Cosa Nostra, a cui era stato ridato ossigeno, decise di vendicarsi e iniziò una stagione di attentati, nei quali come noto persero la vita il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, gli uomini e le donne delle scorte.

A distanza di 32 anni dall’inizio del Maxiprocesso di Palermo, quindi, dell’esperienza del pool antimafia rimangono alcune condanne, moltissimi punti oscuri, delle valide carriere giornalistiche, attoriali, registiche, letterarie, un bel po’ di aforismi e di meme da spammare sui social: poco più della faccia su una t-shirt, se ti va bene, insomma, e tanta ironia macabra («Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» – Giovanni Falcone. Una volta è sufficienteTommaso Buscetta, apocrifa).

Giovanni falcone disse anche che

La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

Non siamo d’accordo, pur col massimo rispetto: pensiamo che questa sia una magnifica illusione e che la mafia non sia un fenomeno bensì un archetipo, che avrà fine soltanto con la fine dell’ultimo uomo sulla Terra.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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