L’esecuzione del Viet Cong di Saigon: il potere politico del frammento fotografico

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I momenti prima dell'esecuzione di Nguyen Van Lem
I momenti prima dell’esecuzione di Nguyen Van Lem

50 anni fa veniva scattata la foto dell’esecuzione di un Viet Cong in un quartiere di Saigon, nel Sud del Vietnam. La dimostrazione di come un’immagine fotografica possa avere un potere immenso sulla società, influenzandone l’opinione pubblica e orientandola verso determinate azioni. Un istante che cambiò totalmente la percezione della guerra in Vietnam da parte degli Americani.

Opera del Premio Pulitzer Eddie Adams, l’evento fu catturato nel contesto dell’offensiva del Têt a sorpresa da parte del Vietnam del Nord, l’1 febbraio 1968. Un momento incandescente del conflitto, che alimentò le proteste in patria americana contro una guerra giudicata sempre più come inutile e brutale contro i civili, che si aggiungeva a un regime già autoritario e nazionalista come quello del Vietnam del Sud (spalleggiato dagli Stati Uniti). Le forze comuniste del Nord, i cosiddetti Viet Cong, attaccarono le città e i paesi sud-vietnamiti, compresa la capitale Saigon, in occasione del Capodanno nazionale. Eddie Adams, già fotografo per la Guerra di Corea e facente parte dell’Associated Press dal 1962, finì in mezzo a un combattimento in un quartiere della capitale sud-vietnamita: vide soldati sud-vietnamiti scortare fuori da un edificio un prigioniero Viet Cong, portandolo verso il fotografo statunitense. Il capo della polizia locale Nguyen Ngoc Loan in quel momento gli puntò una pistola in fronte; Adams pensava di stare per assistere a un interrogatorio, scattando così una foto, quando in men che non si dica il Luogotenente premette il grilletto, uccidendo l’inerme.

Lo scatto divenuto famoso
Lo scatto divenuto famoso

L’immagine rubata passò così al quartiere generale dell’Associated Press a New York, dove il direttore fotografico Hal Buell prese la decisione di renderla pubblica in tutto il mondo. L’offensiva del Têt, un fallimento militare per il Vietnam del Nord, divenne così paradossalmente il simbolo della violenza del conflitto asiatico e fece crescere così la sfiducia degli Americani e dei loro alleati internazionali nei confronti di questa iniziativa bellica. Inoltre alimentò ulteriormente la ribellione delle giovani generazioni, fornendo un argomento aggiuntivo alla rivoluzione pacifica del ’68: quell’immagine, con tutta la sua carica emotiva, andò ben oltre al contesto originario in cui fu scattata, assurgendo a effigie dell’oscurità della civiltà conservatrice ancora ottocentesca, ottenebrata dal senso del dominio sui corpi e le persone, del classismo borghese e della violenza cieca contro i più deboli. Una vera e propria icona, con tutto il suo potere comunicativo e politico, dacché innescò una serie di reazioni di massa all’inizio imprevedibili.

Il momento subito dopo l'esecuzione
Il momento subito dopo l’esecuzione

Ma non bisogna dimenticare che ogni immagine ha il suo contesto, come scrivevo giusto prima. Il nord-vietnamita vittima dell’esecuzione non era propriamente un civile locale, bensì un capitano dei Viet Cong, Nguyen Van Lem. Per quanto Adams non giustificò mai l’atto di Loan, nel corso della sua carriera cercò in più interviste di migliorare la sua reputazione, evidenziando come l’esecuzione fosse una risposta a una serie di omicidi brutali dei giorni precedenti delle famiglie di ufficiali sud-vietnamiti, ordinati proprio da Nguyen Van Lem. Peraltro è innegabile come una fotografia sia una finestra contingentata sul mondo: uno scatto fotografico ci restituisce una rappresentazione parziale della realtà, risultando un frammento vincolato nello spazio e nel tempo. Inoltre può essere soggetta a manipolazioni in post-produzione: manipolazioni sia fisiche, con effetti visivi particolari aggiunti dal fotografo direttamente, che ermeneutiche, con differenti interpretazioni che possono distorcere il senso originario del dell’oggetto catturato. È questo che dà un grande potere alle fotografie.

Peraltro lo stesso Eddie Adams una volta disse: «Le immagini non raccontano tutta la storia. Non ti dicono i perché».

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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