Sanremo 2018: perché siamo tutti incollati alla televisione

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SanremoÈ difficile dire che cosa rappresenti ancora il Festival di Sanremo. Non è una frase retorica, basta chiederselo per capire che trovare una risposta convincente a questa domanda non è affatto facile. Non si può parlare solo di un festival musicale, perché è riduttivo: non si spiegherebbe l’attenzione, spesso esagerata e forzata, della stampa ad ogni minimo dettaglio che siano i costumi o la scenografia. Poi perché sul palco dell’Ariston non ci salgono solo i cantanti: la prima serata dell’edizione 2018 ha catalizzato l’attenzione del pubblico su Fiorello, Pierfrancesco Favino e un possibile caso di plagio.

Potremmo sì dire che Sanremo non rappresenta un bel niente, soprattutto per le nuove generazioni, ma sarebbe un po’ superficiale: non si spiegherebbe appunto tutta l’attenzione dei media per questo evento e poi lo sappiamo che alla fine è impossibile per tutti, a festival finito, resistere dal commentare con irritazione o esaltazione il vincitore.

Favino, Baglioni, Hunziker

Con il ribadire che dare definizioni certe a Sanremo è molto difficile, abbiamo però messo in luce l’aspetto culturale in senso lato del festival e il fatto che esso è, o per i più critici, vuole essere, importante. E mi viene da dire che se è arrivato alla 68esima edizione un motivo ci sarà; forse rappresenta il tentativo di descrivere il Paese, o meglio, di provare a capire che immagine si vuole dare l’Italia. È quindi impossibile che tutti si riconoscano in questo spettacolo di gala, attentissimo alla forma, molto politically correct, ma si può individuare una certa ricerca volta il più possibile in direzione nazional-popolare. Certo, tirare in ballo un concetto gramsciano per Sanremo a qualcuno darà fastidio e in effetti non mancano i casi in cui questo tentativo di descrivere noi stessi si sia risolto in un fiasco completo sia per qualità che per numero di spettatori. Non è la prima volta però che si tira in ballo questo concetto per descrivere il festival ed in effetti non è così stonato: è quello di creare un prodotto culturale caratteristico italiano (“nazional”) accessibile a tutti (“popolare”). Gramsci però aveva ovviamente un’idea più complessa di questa: “popolare” non doveva voler dire “volgare”, una componente ricercata e innovativa doveva sempre essere presente in questo modello di produzione culturale. Questo è forse l’obiettivo che viene sottoposto alle scelte (ripeto: spesso discutibili) fatte dagli organizzatori. Il rischio maggiore è quello di produrre uno spettacolo incentrato sulla medietà assoluta. La trovata di mettere al centro della prima serata di quest’anno Fiorello fa ben sperare per l’edizione 2018, anche se alcuni aspetti negativi non sono mancati: tra tutti quello di essere troppo poco a misura dei giovani.

Analizzare e dare serietà a Saremo serve per capire cosa tra le righe il pubblico italiano si aspetta di vedere sono le caratteristiche “nazional-popolari” che per l’italiano medio creano uno spettacolo gradevole. E qui arriviamo alla musica: anche in questo articolo rimane un po’ eclissata tra riflessioni su ospiti e lustrini. Anche quello che dovrebbe essere l’ospite d’onore della serata, ovviamente, cerca di proporre un’idea nazional-popolare della canzone. E spesso ripropone melodie e accompagnamenti rassicuranti e già sentiti troppe volte.

Se proprio dobbiamo trovare un punto d’approdo a queste riflessioni un po’ sconnesse, penso che si debba riflettere, e parlo soprattutto ai ragazzi come me, su cosa aspettarsi da Sanremo. Il vincitore, o meglio la canzone vincitrice, non sarà mai una novità completa e sconvolgente: cercherà di portare con sé molto del repertorio pop della canzone italiana, proprio perché si rivolge allo stesso pubblico di molti giochi in scatola, “dagli 0 ai 99 anni”. Ciò non significa che si debba accettare acriticamente qualsiasi proposta: il pubblico dovrebbe sempre esigere un minimo di originalità. Insomma, durante le serate di Sanremo alla TV non ci sarà nient’altro sugli altri canali e c’è un perché: l’Italia prova a farsi un autoritratto, non solo musicale, ma penso culturale in senso lato. Quindi se vogliamo criticare il festival facciamolo con in testa questa idea, perché forse, sotto le molte paillette e i cerimoniali, lo spettacolo messo in scena ha più verità di quante ne immaginiamo.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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