#EtinArcadiaEgo – Carnevale: il bisogno dell’uomo di caos

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La commedia che diventa realtà. Questo è il fondamentale e primo senso del Carnevale, una delle festività più antiche e poliedriche del mondo. Fa parte della cultura umana praticamente dai primordi ed è il più forte trait d’union fra tutte le religioni indoeuropee, seconda solo al bisogno stesso di una religione. Riassume in sé leggi sociali dimenticate, convenzioni che per una volta vengono lasciate alle spalle per far spazio ad un bengodi che solo un giorno prima o un giorno dopo sarebbe pura utopia immaginare. Ma qual è la storia del Carnevale, e soprattutto perché una festività con evidentissime basi misteriche e pagane ora è a tutti gli effetti parte del regolare calendario cristiano, con annesse vacanze scolastiche?

Bacchanalia

Le origini del Carnevale sono impossibili da stabilire con certezza. Momenti in cui la struttura sociale veniva infranta  in alcune occasioni sono presenti in tutte le culture indoeuropee, dalla Mesopotamia fino ai popoli mediterranei. Non esisteva però una denominazione precisa come oggi per tutta questa serie di festeggiamenti popolari. La parola “carnevale” infatti deriva dal latino carnem levare, a indicare il digiuno dalla carne dal giorno dopo il martedì grasso. Tuttavia, la sua prima attestazione risale solo al XIII secolo, data dal giullare medievale Matazone da Calignano e soprattutto dal novelliere Giovanni Sercambi. Si tratta chiaramente dello stadio finale della lunghissima tradizione del Carnevale, ormai inserito a pieno titolo nel cattolicesimo.

Fin dall’antica Mesopotamia abbiamo la presenza di forme di sospensione temporanea degli schemi sociali, localizzati in determinate occasioni. Nella fertile terra fra il Tigri e l’Eufrate era d’uso per esempio detronizzare il Re, azione che diventa ancora più sensazionale se pensiamo al valore divino della figura regale (basti vedere la Saga di Giglamesh re di Ur, il più antico poema epico giunto). A questo si mescolavano riti religiosi e rievocazioni del mito della creazione, in cui l’eroe Marduk (curiosamente adorato come dio morto e risorto nonché salvatore) aveva sfidato e sconfitto il Drago e le forze del caos precedente alla creazione. Ma è in Grecia che queste primordiali forme di festeggiamenti assumono significato nazionale: nell’opulento V secolo a.C Atene organizza le feste dionisiache, un evento enorme per tutta la Grecia. Le feste, strategicamente organizzate in primavera per permettere una tranquilla navigazione nel Mar Egeo, attiravano una vera folla di stranieri, venuti ad ammirare la più grande città del mondo. Conosciute soprattutto per gli agoni teatrali, le dionisiache erano prima di tutto un periodo di fortissima coesione sociale: ogni lavoro veniva fermato, affinché tutti potessero collaborare per l’organizzazione della festa. Persino i detenuti venivano rilasciati perché partecipassero a un momento di festa collettiva.

Arlecchino

Si potrebbe stare ore ad elencare tutti i vari culti assimilabili a un prototipo di Carnevale, ma sono tanti, diversi e soprattutto diffusissimi. Quello che conta è che ad un certo punto Roma li fece suoi. I culti legati a manifestazioni di tipo carnevalesco trovarono terreno fertilissimo a Roma, soprattutto perché legati a quei culti misterici che tanto appassionavano i romani. Ovviamente il capovolgimento sociale veniva un po’ messo in secondo piano in una società governata da un plenipotenziario imperatore, ma la fusione di tutte queste culture “purificò” il carnevale dei suoi tratti più estremi, come la prostituzione sacra di vergini o i riti orgiastici, tipici della Fenicia e delle isole cretesi, mantenendo invece il suo substrato, che consisteva nel far girare per la città un vecchio vestito di pelli di capra, simbolo dell’anno passato. Prende forza quindi il bisogno di celebrare con lazzi e giochi il nuovo anno, la nuova vita e l’ennesima rinascita della natura.

Questo (lungo ma necessario) inquadramento storico serve a rendere chiaro il bisogno di ogni cultura di liberare uno spirito di ribellione, quasi una sorta di desiderio di caos. L’uomo, consapevole del suo bisogno di regole datogli dalla propria intelligenza, trova comunque la necessità di sfogare la propria parte animale, passionale e sovversiva. Serve un momento, insomma, in cui le regole non valgano più. Non si spiegherebbe altrimenti una diffusione così capillare di elementi tanto rapportabili in culture invece molto differenti.

CarnevaleCodificatosi e divenuto una ricorrenza ufficiale, il Carnevale ha trovato le sue tradizioni, prime fra tutte le maschere: Arlecchino, Pantalone, Gianduja sono solo alcune delle tante caricature carnevalesche, diverse in base alla regione e che imperversano nella cultura popolare italiana da secoli. Nel ‘6-700 furono persino protagoniste della Commedia dell’Arte, apprezzatissimo cavallo di battaglia del teatro italiano per oltre un secolo, e solo un fuoriclasse della commedia come Goldoni riuscì a colmare il vuoto lasciato dalla crisi del teatro delle maschere. Maschere che vivono il Carnevale come se fossero a  casa loro, perché sono finte come finto è lo stravolgimento sociale del Carnevale, e sono meschine, irriverenti come la festa in cui fanno da padrone.

Alcuni Carnevali in Italia si sono legati a tradizioni locali, creando feste fuori dal normale: a Ivrea, in Piemonte, ogni anno si assiste alla battaglia delle arance, rievocazione di una rivolta popolare contro un meschino signorotto  locale; i costumi del Carnevale di Venezia attirano ogni anno fiumi di turisti, così come i carri di Viareggio. Il Carnevale, insomma, è la menzogna forse più riuscita che l’uomo si racconta ogni anno per essere felice, almeno per un po’.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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