Se la buona scuola comincia dalla politica… o viceversa?

Una riflessione sui legami tra politica, questione meridionale e istruzione

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«In quel generico giù, riconobbi l’Italia, il suo spirito, quella sua cronica divisione interna per ogni cosa. Un paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina». Così dipinge la scrittrice Margaret Mazzantini il Sud, un generico giù destinato a polarizzare i grandi e imprescindibili capri espiatori di un paese forse troppo inclinato in una parabola discendente e così riassume un tema  da troppo tempo dibattuto, ovvero la questione meridionale. Ne sentiamo parlare da decenni, da almeno più di un secolo, il grande scheletro nell’armadio di un’Italia che si voleva unita e che forse era tale solo nei lungimiranti progetti politici di un manipolo di intellettuali e aristocratici. Tragico epilogo di una storia mai realmente voluta, solo sognata e immaginata; qualche saggio amaramente sostiene che non a caso l’Italia fu fatta da mille uomini, proprio perché non è mai esistito un sentimento condiviso rivolto all’unificazione. Come spesso succede in Italia, le grandi e piccole rivoluzioni, le riforme e gli sconvolgimenti calano dall’alto, ottriati, pronti a non essere compresi da quei cittadini che dovrebbero esserne tutelati. Certo, di strada ne è stata fatta ma ci sono molti, ancora, che ritengono che l’Italia vada a due, se non tre velocità e quindi è opportuno chiedersi: esiste ancora una questione meridionale?

questione meridionale

Fa riflettere, a tal proposito, il punto sottolineato nell’articolo in cui si ripercorre, infatti, l’amara vicenda per cui un decreto del marzo 2010 proposto dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini, prevedeva l’eliminazione dal curricolo scolastico di letteratura di alcuni grandissimi della prosa e poesia italiana del Novecento di origine meridionale. Nomi del calibro di Quasimodo e Vittorini si trovarono presto esclusi, proprio da quel ministro che sosteneva l’esistenza di un tunnel tra il CERN di Ginevra e il Gran Sasso.

Alle porte del voto del 4 marzo è giusto, sì, riflettere su come la politica influisca in modo goffo e ingombrante in quel reame sacro che è l’istruzione, reame che dovrebbe essere intoccabile, per il quale bisognerebbe pensare non in termini di sottrazione ma di addizione, di aggiunte e integrazioni. Fortunosamente, il governo Renzi riuscì a mettere ordine in questi “pensionamenti” letterari. Forse una questione meridionale esiste eccome, se anche il programma scolastico di un periodo tanto complesso come il Novecento sembra dover essere plasmato secondo le mode politiche e i gusti di un europeismo ad oltranza, come se il meridione d’Italia fosse sentito come troppo lento, troppo arretrato, un fastidioso fratello minore se non addirittura un fratellastro di cui ci si vergogna vistosamente. I media, del resto, non fanno che esacerbare questi limiti che ormai assumono le caratteristiche di confini etnici tra nord e sud. Basti pensare ad alcuni reality che mostrano un sud Italia tanto arretrato quanto pacchiano e di pessimo gusto, oppure alle fiction che mostrano un sud dominato da malavita e passioni torbide.

Tutto ciò ci porta a pensare, inevitabilmente, all’unità del nostro paese, ma soprattutto, a come formare un senso di unità del nostro paese. Come ebbe a dire qualcuno all’epoca dei fatti «bisogna fare gli italiani»; forse, D’Azeglio ora direbbe bisogna ancora fare gli italiani, bisogna provare a fare a gli italiani e il terreno fertile, unico e primo, è proprio quell’istruzione che viene sempre bistratta dai governi, smontata, reinventata, riformata, sovvertita nell’ottica di un non ben definito miglioramento. È forse un miglioramento ridurre gli anni del liceo? Non punire le pessime condotte? È forse un miglioramento obbligare corsi a pagamento per accedere ai percorsi abilitanti alla pratica di docente? È forse un miglioramento obbligare a un tirocinio della durata di tre anni retribuito seicento euro al mese, per dieci mesi, gli aspiranti docenti? Se si considera, poi, che la compagine umana del corpo docenti italico è composto da donne (beninteso, non siamo meno brave dei professori universitari ma rimaniamo ancora le colonne della famiglia e qualcuno la pasta in tavola, la deve pur mettere) la cosa risulta ancora più deprimente, dal momento che costringe a subordinare scelte importanti quali famiglia e figli a un tirocinio statale, e ancora non si sa se sarà prevista la maternità.

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Ma d’altra parte, che senso ha studiare? Ce lo dimostra chiaramente e con esaustiva limpidezza il presidente degli industriali di Cuneo che da quel pulpito che dovrebbe essere sacro e cioè quello di chi parla ai giovani che si trovano a fare le prime vere scelte per il loro futuro, ovvero le scuole superiori, consiglia di non studiare troppo, di scegliere scuole tecniche perché è questo che il mercato vuole. Fa il paio con le interessanti affermazioni del ministro Poletti che consiglia di proporsi nel mondo del lavoro giocando a calcetto.

E allora come spiegare ai ragazzi, ai giovani il valore dello studio? Come spiegare a una massa di adolescenti in preda alle tempeste ormonali da social network e PES che dallo studio passa il pensiero, che dalla cultura nasce consapevolezza e primariamente consapevolezza di far parte di uno stato uno e unico, indivisibile e meraviglioso nelle sue differenze. Come spiegare a giovani cresciuti a pane e televisione il valore di un libro, di una lingua unitaria dotata di congiuntivi, con buona pace di Di Maio?

Forse dovremmo riscoprire il senso di stato proprio a partire da quella scuola che da sempre con pazienza ci insegna che l’Italia è una e forse, allora, capiremmo che, come diceva Pertini, il problema del Mezzogiorno non è un problema di alcune regioni ma un problema nazionale e che questo è l’unico modo di risolverlo.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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