“Made In Italy”: un ritratto poco sincero vittima della retorica

0 834

Luciano Ligabue torna per la terza volta dietro la macchina da presa: Made In Italy, con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, è una pellicola drammatica ispirata all’omonimo concept album uscito nel 2016. Dopo 16 anni, Ligabue ritorna sul grande schermo con un film che nei toni ricorda molto RadioFreccia, il suo lavoro d’esordio, e che non rinuncia quindi ai temi più cari del musicista.

Made In Italy

Il protagonista è Riko, un personaggio che si muove in un’ambientazione emiliana a ritmo delle canzoni dell’album che parlano di lui. Un uomo che tradisce, un uomo come tanti che ciondola la sera con gli amici e che sta bene nel suo guscio, un individuo all’interno di una storia che Ligabue stesso definisce “sentimentale”. La filmografia italiana è piena di opere sentimentali di questo genere: fare il salto di qualità che potesse contraddistinguere l’opera dal resto della massa inconsistente di commediucce e drammi italiani era un’impresa che, palesemente, a Luciano Ligabue non è mai interessata.  Probabilmente, al cantante importava più dare sfogo alla propria creatività in un periodo per lui sfortunato in cui, a causa di una delicata operazione, è stato costretto a cancellare ben trentaquattro date. Impossibilitato a cantare, il musicista si sarebbe messo al lavoro alla scrittura del suo terzo film, trovando così un altro canale di comunicazione. Forse, però, Ligabue ha sottovalutato l’impresa di costruire un film sui movimenti e le dinamiche di un concept album: l’effetto è quello di una pellicola che si autoproclama essere sincera, ma che a tratti risulta retorica ed esagerata. Esagerato nei dialoghi e nelle espressioni di Riko, un Accorsi in preda al vittimismo che sembra essere uscito fuori dal peggior Muccino. Interpretazione meglio riuscita invece per Sara, il personaggio della Smutniak. Probabilmente perché è il più approfondito, il più sfaccettato e anche il più interessante e meno prevedibile. Un personaggio che non si lamenta e, perciò, non si lascia andare alle stesse melense e spropositate riflessioni di suo marito Riko, che parla come fosse ancora rinchiuso nei versi di una canzone. Ecco, ciò che Ligabue non ha compreso, è che musica e cinema sono due cose completamente diverse e che ci vuole talento ed esperienza per coniugarle perfettamente, altrimenti l’effetto è davvero pessimo e aumenta il rischio di ottenere battute del tipo: «Sono lì da una vita, con una specie di preservativo in testa a insaccare carne di porco, e mi dico: io son quello lì?» Quanto poco sincera risulta una frase del genere? Tanto. Quanto costruita? Moltissimo.

Così come non risulta particolarmente brillante la scelta del motivo di fondo che muove le passioni e i sentimenti del suo protagonista: la rabbia cieca di Riko nei confronti del suo paese e allo stesso tempo la voglia di decantare un’Italia bella e sofferta, con i suoi pregi e i suoi difetti. Annoia in un’epoca in cui i populismi sono all’ordine del giorno sui social e poi, ahimè, siamo costretti ad assistere ai soliti argomenti triti e ritriti anche nella finzione. Una rabbia che è superata, nella fase finale, da un ottimismo che dà un attimo di sollievo al film. Ottimismo cieco? Forse, ma è probabilmente la cosa più sincera emersa da questo film, la cosa che rende giustizia all’intento iniziale di Ligabue per questo film.

In conclusione, Made In Italy è un film perfettamente nella norma, dimenticabile, con la sua personalità, certo, ma che avrebbe fatto meglio a restare nell’album di Ligabue.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.