Ugo Foscolo, non solo Jacopo Ortis in una vita romantica

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Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar, da cui vergine nacque Venere…

L’incipit di questo sonetto composto tra il 1802 e il 1803 intitolato A Zacinto mette immediatamente in evidenza una tematica che risulta pregnante in gran parte dell’opera di Ugo Foscolo, ovvero l’amor di patria, la nostalgia per la sua lontana terra natale, la presagita morte su suolo straniero. E naturalmente, la vicinanza che il poeta sente con la poesia classica ispiratrice, la musa che può alleviare il suo dolore perenne, donando piacere sua vita.

Dunque, è proprio di Ugo Foscolo, cioè di colui che mai toccò più le sponde dell’antica isola di Zante, sacra alla dea Venere, a Omero e ovviamente all’autore stesso, l’anniversario di nascita che si ricorda quest’oggi. Infatti, il poeta nacque il 6 febbraio 1778, da madre greca e da padre veneziano. Nonostante la povertà a cui fu costretto per i primi anni della sua vita, assecondò sempre la sua passione per le lettere e a qualunque sforzo riuscì a conquistare l’ambiente borghese della Venezia del suo tempo, una volta che si trasferì lì con la madre nel 1793, destando stupore per la sua personalità di spicco, per il suo genio già prevedibile.

Tra il 1798 e il 1799 Foscolo stese le Ultime lettere di Jacopo Ortis, trovando così la sua voce in uno stato di profonda disillusione a causa della cessione di Venezia agli austriaci, come volle Napoleone con il trattato di Campoformio nel 1797. Fu questo scoraggiamento politico a mandarlo in esilio volontario a Milano, dove fece conoscenza di Vincenzo Monti e di Giuseppe Parini, di cui si fa menzione anche nell’Ortis. L’intellettuale del Giovin signore viene ricordato come «il personaggio più dignitoso e più eloquente» che Ugo Foscolo abbia mai conosciuto.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis sono “il libro del cuore” di Foscolo, l’opera autobiografica, politica e sentimentale, che, appunto, collega la vita dell’autore a quella del suo alter-ego Jacopo, anche se appare riduttivo definire questa prosa come un’autoesaltazione che l’autore fece di se stesso, dal momento in cui volle manifestare anche una rivoluzione letteraria grazie alla tecnica del romanzo epistolare (interloquendo, infatti, in maniera fittizia, con l’amico esule veneziano Lorenzo Alderani). Ben quattro le edizioni di questo testo, che venne stampato inizialmente a Bologna nel 1798, poi a Milano nel 1802 e infine a Zurigo e a Londra tra il 1816 e il 1817, e ben due i filoni che si intrecciano al suo interno: quello politico-civile e quello amoroso, appunto. Infatti, Jacopo come Foscolo non riesce a nascondere le due passioni che lo rendono terribilmente infelice: l’amor di patria che non si concretizza nella sua terra veneta e i sentimenti nei confronti di Teresa, una donna sensibile, integerrima e angelica, che però sposa un altro uomo, Odoardo, il cosiddetto anti-Jacopo, perché semplicemente «buono, esatto, paziente». Ma «cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice?». Anche grazie a ciò si spiega il carattere romantico del personaggio di Jacopo: un uomo propenso alle virtù morali e civili del mondo antico, dunque testimone della sua vocazione alla libertà e ad un’innata malinconia. L’esaltazione delle passioni e la sfida all’ipocrisia borghesia portano Jacopo a mostrare una parte tenebrosa della propria anima, svelando così la sua tentazione al suicidio. A cui cede. Come atto di resa nei confronti di un mondo violento circostante, limite dell’espressione individuale dell’uomo.

Nel 1804 Ugo Foscolo si recò in Francia, per prendere parte alla milizia pronta ad invadere l’Inghilterra, ma due anni più tardi l’impresa non andò in porto e così l’autore tornò a Milano da intellettuale libero, ottenendo, fra l’altro, la cattedra di eloquenza presso l’Università di Pavia. Ma nel 1812 la città lombarda iniziò a essergli stretta, dunque il poeta decise di trasferirsi a Firenze, il “sacro paese”, la cosiddetta culle delle arti e della poesia italiana, tanto amata. Peccato che le sofferenze politiche non smisero di affliggerlo. Infatti, nel 1814 Foscolo fu chiamato a dirigere la rivista culturale della Biblioteca italiana, proposta che però rifiutò, poiché non volle abbassarsi ad essere strumento di propaganda per il regime straniero, dato che nel frattempo Napoleone aveva abdicato e gli austriaci erano giunti a governare la città.

Nel 1807 a Brescia venne pubblicato il carme Dei sepolcri. Il progetto prese idea dalla discussione con l’amico Ippolito Pindemonte riguardo l’editto di Saint-Cloud, secondo cui si vietava la costruzione di sepolture entro le mura cittadine per norme sanitarie e si prescriveva il fatto che esse dovessero essere sobrie e tutte uguali. La tematica fa emergere notevolmente il rinnovato classicismo dell’opera, quell’adesione allo stile puro sempre cara al poeta. Inoltre, al di là della suddivisione della dimensione privata e pubblica delle tombe e dell’esaltazione dei sepolcri degli Eroi che incitano a grandi imprese, questo carme, nella produzione foscoliana, è fondamentale per la funzione eternatrice della poesia. Essa supera il tempo, vince l’oblio. Rende memoria dei fantasmi dei guerrieri troiani perché i versi di Omero possono rendere omaggio alle tombe di questi combattenti.

… E l’armonia vince di mille secoli il silenzio.

… E tu onore di pianti, Ettore, avrai / ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane.

Le Grazie di Antonio Canova, 1815-17.

In ultima istanza, Le Grazie, poema incompiuto ma capolavoro enigmatico, risalente al 1803 circa. I tre inni a Venere, dea della bellezza, a Vesta, dea del focolare, e a Pallade, dea della sapienza, costituiscono un esempio eccellente del culto dell’arte, ovvero quella potenza che è stata in grado di portare gli uomini verso la civiltà, facendoli rendere conto dell’armonia e della bellezza dell’universo attorno a loro.

Perciò, anche se Ugo Foscolo morì il 10 settembre 1827 in malattia e in solitudine in una Londra che non gli apparteneva, la sua valenza letteraria rimarrà sempre intatta proprio per il potere che seppe conferire alla celebre parola poetica, grazie alla sua passione così sincera in grado di unire un’anima neoclassica ad uno spirito romantico.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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