Paul Auster – Tra i 7 miliardi di Uomini nel Buio ci siamo anche noi

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paul_auster_rect-460x307Ci sono alcune cose che mi lasciano perplesso, nel mondo della Letteratura (o letteratura? Dipende): una di queste è stato il Nobel a Dario Fo, mentre De Lillo, McEwan, Ellis, Palahniuk (va bé, è giovane, ma non lo vincerà mai comunque) son lì che aspettano. Poi, siccome le mie idee sono fatte per vacillare, mi dico che anche Kubrick non ha vinto Oscar, Angelique Kerber ha detto di aver capito che se Flavia Pennetta aveva vinto gli US Open anche lei avrebbe potuto vincere un torneo dello Slam, e così probabilmente a Fo il Nobel è stato dato per lo stesso motivo – un incentivo all’umanità, insomma. Ciò premesso, posso anche capire che Paul Auster non abbia ancora vinto il Nobel per la Letteratura. Non potrò accettare invece se non dovesse vincerlo mai.

J.D. Salinger disse che lo lasciavano senza fiato i libri di cui vorresti che l’autore fosse tuo amico per poterlo chiamare ogni volta che ti gira: ecco, a parte il sacro terrore di constatare ancora una volta che l’uomo non è all’altezza della sua opera, a me Auster fa quell’effetto. E mi fa anche l’effetto contrario al Nobel di Fo: qualsiasi cosa io abbia letto/visto di Auster mi ha fatto dire «ok, per quanto mi sforzi non riuscirò MAI a scrivere COSÌ», il che è anche piuttosto deprimente, peraltro.

download (8)Buttando là un po’ di dati, Paul Auster (Newark, 3 febbraio 1947) è uno scrittore, saggista, poeta, sceneggiatore, attore regista e produttore: volendo metterla sul piano numerico, ha all’attivo oltre 20 volumi, anche perché scrive anche sotto gli pseudonimi di Paul Benjamin e Paul Queen, con i quali ha pubblicato prevalentemente romanzi gialli. In effetti, anche Trilogia di New York, che è il lavoro con cui ho conosciuto Auster, passa per una trilogia di gialli, laddove peraltro per fare ciò occorre con una fantasia quasi pari soltanto a quella dello scrittore: ultimo in ordine di tempo, il monumentale 4 3 2 1, uscito in Italia nel 2017 con Einaudi.

Auster è anche ascritto alla categoria del Postmodernismo (con DeLillo e Pyncheon) e con un tanto ci possiamo fermare per quanto riguarda la fase descrittivo-numerico-definitoria del genio newyorchese: se proprio vogliamo, possiamo dire che Auster indaga, nel corpus complessivo del suo lavoro, le nevrosi della società contemporanea, le fragilità della natura umana inserita in un mondo del quale pare non comprendere affatto le regole, le regole di un mondo che peraltro appare quasi completamente dominato dal caso.

E quindi? Quindi Auster tutto ciò (che potrebbe essere ascrivibile anche a Palahniuk; o a Bruno Vespa, ugh!) lo compie con un percorso spiazzante. Auster non è descrivibile secondo canoni critici comuni, né a chi non abbia letto almeno una buona parte della sua opera e visto i due terzi dei suoi film – impresa non poi così ardua visto che i suoi film sono 3. Dopodiché, in Trilogia di New York la trama si sviluppa attorno a incredibili investigatori che sono pronti a diventare clochard per portare a termine il proprio incarico in un arco temporale abnorme: in Il Paese delle Ultime Cose l’ambientazione è un dopo-bomba in cui anche il camminare per strada è un’impresa, ne La Musica del Caso il protagonista compra una Saab 900 con i soldi di un’eredità, e percorre gli USA coast to coast finché non finisce il denaro – e poi inizia a dipanarsi la trama vera e propria, in Mr. Vertigo abbiamo a che fare con la levitazione che costituisce la base della vita del protagonista, capace di volare grazie agli insegnamenti di un maestro. Il Libro delle Illusioni invece parla di un uomo distrutto dal dolore per la morte di moglie e figli in un incidente aereo che ritrova un senso della vita grazie ad un attore del muto creduto morto da tutti.

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William Hurt e Harvey Keitel in “Smoke” (1990)

Unico fil rouge, il Caso: i protagonisti di Auster sembrano essere in balia del caso, e si muovono sostanzialmente ad orecchio sulle note di una partitura che non hanno mai sentito prima. Angoscia esistenziale? Quanta ne volete. A carrettate: Auster è un cantore del micro-macro mondo newyorchese e delle sue nevrosi quanto Ellis ma senza splatter, e quanto Woody Allen ma senza la sufficienza spesso forzata del compiaciuto umorismo yiddish. Smoke va visto e rivisto (ma non che Blue in The Face o Lulu on the Bridge siano da lasciare in videoteca), foss’anche soltanto per la presenza nel film del Canto di Natale di Auggie Wren. O per un William Hurt monumentale, o Harvey Keitel da Oscar, o Forest Whitaker, o semplicemente perché nel film vedi, vedi bene cosa ti può crollare addosso, vedi come Paul Benjamin (eh sì, come tutti i folli Auster usa i propri pseudonimi come nomi dei propri protagonisti) e Auggie Wren e Cyrus Cole sono già stati puniti per ogni distrazione e debolezza (cit.) e anche senza distrazioni o debolezze. Il Caso, appunto.

download (9)Poi, ovviamente, Auster è anche saggista, studioso di letteratura e comunicazione, ma forse ormai viene più studiato di quanto non studi: come molti, Immensi afferma che la scrittura per lui ormai è questione di sopravvivenza, ed in effetti, anche considerato quante volte la scrittura è centrale nella sua opera, diventa difficile separare questa dall’autore, e questi dell’uomo.

Paul Auster va letto, non descritto. E va letto assolutamente. Con prudenza: io compro istantaneamente ogni sua opera, ma le affronto quando sono in grado, quando la vita mi sorride abbastanza da pensare di riuscire a farcela ad arrivare in fondo. Perché vedete, Paul Auster è in grado di scrivere una cosa come Timbuctù, che è la storia della vita di un cane. Lo han fatto in tanti? Sicuro: ma Timbuctù è la Meta Finale, il cane è “di proprietà” di un clochard (tema ricorrente? Leggete e giudicate voi) che, ovviamente, muore e lo lascia solo nel Mondo e nel romanzo. Fino a che, leggendo «sono solo un vecchio cane pazzo e malato» vi verrà da dire «anch’io»: leggete Paul Auster, e buona fortuna.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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