I Grandi Classici – “Uomini e Topi”, la condanna socioesistenziale all’infelicità terrena

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Un intenso ritratto di John Steinbeck

Lo Steinbeck lirico di Vicolo Cannery o il tribuno della plebe di Furore, il romantico-sociologico di Viaggio con Charley o il cronista bellico di La luna è tramontata? O altro ancora? Non importa, in fondo: tanto Steinbeck va letto tutto, e con la massima attenzione, tornando e ritornando ancora sulle sue pagine. Ma le pagine in cui c’è tutto John Steinbeck, la sua natura più intima, in cui c’è già tutto Furore ad esempio (e tutto il furore), e tutto il dolore e le lacrime del mondo, sono quelle di Uomini e Topi.

Lo prendiamo da un punto di vista quantitativo, Uomini e Topi è un romanzo breve e mai come in questo caso la brevità non dà immediatamente la misura della grandezza della storia che vi è narrata: la storia di Lenny e George, l’uno gigante buono quanto inconsapevole, l’altro guida e sostegno disperato dell’amico inerme di fronte alla cattiveria del mondo. In questo piccolo, grande romanzo del 1937, Steinbeck affronta in chiave simbolica tutti i temi che affronterà in maniera diretta e recriminante in Furore nel 1939: l’emigrazione contadina verso un Ovest gravido di promesse non mantenute, lo sfruttamento, le lotte sociali, l’inconsapevolezza dell’appartenenza ad una classe, le ingiustizie elevate a sistema di vita e governo.

Una vecchia edizione di Of Mice and Men

Eppure, Uomini e Topi non è principalmente la storia di due diseredati, due dropout praticamente nomadi. Lenny è la versione realista di Forrest Gump, a cui il destino ha dato la forza di John Coffey, facendo derivare dalla combinazione un costante pericolo innanzitutto per se stesso. Quindi, quella di Lenny e George è la storia di un’amicizia che dovrebbe essere più proverbiale di quella tra Eurialo e Niso, più salda di quella tra Achille e Patroclo, e più pura: perché nessuno, assolutamente nessun tornaconto ne deriva per entrambi, se non per Lenny una canina delizia dello stare sempre assieme al suo amico. George Milton, invece, è l’eroe per antonomasia, colui il quale riesce a fare sempre e comunque la cosa giusta anziché la cosa conveniente, arrivando al supremo sacrifico di se stesso: non morendo, ma continuando a vivere sapendo di aver ucciso una creatura che si fidava ciecamente di lui, per risparmiargli l’orrore di una fine comunque inevitabile ma peggiore. George Milton è simile, in questo a Capo Edgecombe de Il miglio verde: per entrambi i personaggi la condanna è vivere (e non è forse lo stesso per tutti noi?).

Milton, come quello del Paradiso Perduto? Lenny Small, ad indicare la piccolezza di un gigante dal cervello limitato, ma soprattutto limitato dalla cattiveria e dall’inadeguatezza del mondo? La Storia di Uomini e Topi è tragica e violenta, lirica e commossa:

Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono d nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.

Senza fissa dimora, George e Lenny

Nonostante tuta la durezza che possono ostentare certi uomini, anche gli eroi, siamo tutti piccoli, goffi, disperati e nudi. Anche essendo terribilmente limitati, la nostra vita scorre sotto il segno della paura, e della non comprensione del grande disegno della vita che ci terrorizza. Si intuisce che Steinbeck vede un disegno sociale preciso e oppressivo, col suo linguaggio scarno che fa da contrappunto al vigore narrativo della Generazione Perduta, un disegno che vuole fortissimamente tutti i George ed i Lenny di questo mondo precisamente in quelle condizioni di incertezza e disperazione.

Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare.

Uomini e Topi arriva in Italia nel 1939 e la prima traduzione è opera di Cesare Pavese, lavoro mirabile che incarna ancora oggi al meglio la lettera e lo spirito dell’opera. È invece del 1992 la più toccante e rispettosa, in tutti i sensi, trasposizione cinematografica, per la regia di Gary Sinise che interpreta anche George, e un inverosimilmente bravo John Malkovich nei panni goffi e spaesati di Lenny.

Ma va detto: il titolo originale di Uomini e Topi è Of Mice and Men, che in Of acquista un afflato epico appropriato, visto che la lotta di George è quella di un Titano, tanto ineluttabile quanto perdente; e i topi, i topi vengono prima, quasi (quasi?) a sottolineare che anche i roditori di campo hanno più importanza degli uomini, o almeno di questo stampo di uomini. E forse anche che persino i topolini sanno essere migliori della quasi totalità degli uomini.

Lennie interruppe. «Noi invece è diverso! E Perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché».

Perché abbiamo tirato in ballo il capolavoro di Stephen King Il Miglio Verde? Per molti motivi, in realtà: ma soprattutto perché è ben vero che alle volte tutto quello che resta ad un uomo per giustificare il fatto di voler restare aggrappato a questo opaco atomo del male è poter accarezzare il soffice pelo di un topino di campagna – Mr. Giggles, nel caso di Eduard Delacroix.

La realtà è ben altro: la realtà è che per Delacorix è un privilegio troppo grande avere un topolino vivo, ma per Lenny Small il destino ha deciso che anche poter avere un topo morto in tasca è troppo. La realtà è che per tutti i reietti, gli ultimi della Terra, qualsiasi cosa è un dono troppo grande: tranne l’oblio, a patto di poter contare su un amico come George Milton. Ma ben pochi conoscono uno come George e il nostro destino è quello che ci venga negato anche il diritto a tenere in tasca un topolino morto, da accarezzare per sentirsi meno soli.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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