L'”Ulisse” di Joyce, il flusso di una coscienza che (forse) non c’è

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via di Dublino

«Fatti non foste a viver come bruti» (Bruto? Di Cesare o di Braccio di Ferro? Bracci o braccia? L’importante sono gli abbracci), ma «per seguir virtute e conoscenza». Poi sono arrivati Salvini e Adinolfi, e addio conoscenza, bye bye, e la virtute era sparita da mo’. Ah, Ulisse, Ulisse: l’astuto Ulisse, già allora si usavano delicati Eufemismi come astuto per figlio di puttana bastardo doppiogiochista, come Maria Elena Boschi che ha intitolata la biografia Una Tosta. Ma qui trattiamo dell’Ulisse di Giacomino Joyce, che ancora passeggia bronzeo per le vie di Trieste sul Ponterosso – mentre la targa marmorea ricorda, sempre nella piccola Vienna, «Ho scritto qualcosa. Il primo capitolo del mio nuovo romanzo Ulisse», ormai il 16 giugno del 1915.

Quale perfezione, Trieste, per ambientare romanzi basati sul flusso della coscienza, Trieste capitale della jota più che della Sachertorte nonostante la piccola Vienna, culla della psicanalisi, dell’inettitudine mia e di Svevo, della Bora gelata e che rende un po’ matti, di Basaglia e di mia nonna con le sue 8 gocce di En per 40-41 anni, dove si specchiano i dedali della mente, i giorni di chiusa tristezza di Saba in via del Lazzaretto Vecchio e quelli di penosi patetici prosopopeici universitari miei – la chiusa via del Lazzaretto Vecchio che davvero sembra parte di un labirinto.

Trieste, Via Bramante

Ma il labirinto di Trieste non c’entra col fatto che anche nell’Ulisse c’è il personaggio di Stephen Dedalus, come nel Ritratto dell’Artista da Giovane, romanzo autobiografico del ’17, e quindi per la proprietà transitiva anche in Ulisse lo scrittore si fa protagonista (come sempre, perché gli scrittori parlano sempre si sé, al massimo, se sono bravi, ti illudono che parlino di te) dove assume il ruolo trasposto di Telemaco. Mentre Ulisse è ovviamente il protagonista, Leopold Bloom, e Penelope è la moglie Molly Bloom, e la narrazione col flusso di coscienza – incrollabile fiducia nella parola che fa sì che anche il più nichilista degli autori (aveva ragione Sartre a rifiutare la definizione di pessimista, che nemmeno Leopardi è un pessimista cosmico fino in fondo) conservi sul fondo del bicchiere quel residuo calcareo di speranza che fa mettere mano alla penna – dipana una giornata il 16 giugno del 1904 di un gruppo di abitanti di Dublino con al centro Leopold Bloom appunto. Leopold tradisce la moglie, Molly tradisce Leopold, e Dedalus si interfaccia con Leopold e per quanto sia colto, esteta, pensieroso e potenzialmente palesemente piuttosto problematico, in maniera allitterante finisce per ritrovarsi in un bordello proprio con Leopold, personaggio di piccolo cabotaggio e scarso afflato, in suppergiù un migliaio di pagine – a seconda dell’edizione e dell’impaginazione, perbacco – in cui i pensieri del protagonista fluiscono quasi senza punteggiatura, per tentare (invano per certi versi e perfettamente per altri) di riprodurre l’intricato processo mentale che orchestra le nostre esistenze, l’omino nel cervello del mitico Pasquale Laricchia del GF release 3, il burattinaio che ci guida, la coscienza che percepiamo. Nel contempo la quasi assente punteggiatura si definisce proprio per la sua assenza e rende ardua la lettura ma diamine se definisce la contemporaneità del flusso del pensiero, la rapidità quasi futurista delle sinapsi che schizzano, i pensieri che penetrano, i neuroni che si eccitano e ingarbugliano in un Pollock mentale l’agognata e irraggiungibile linearità del procedimento cognitivo – e in fondo, non è forse vero che anche Ulisse si perse in un dedalo, quello del Mediterraneo del ritorno della sete di sapere, in un sogno da navigante di stelle irraggiungibili?

Il viaggio di Ulisse nell’Odissea

Tutto questo rende ardua la lettura, le letture che vadano dal buon Jimmy Joyce a Proust, meno Svevo ma parecchio Virginia Woolf, ma il dublin-triestino rimane imbattibile, ché Ulisse è anche una sorta di enciclopedia nelle parole di Joyce stesso, un viaggio-odissea di un giorno a Dublino per l’Ulisse-Bloom ma anche un viaggio nel fallimento della società contemporanea e meno male che Joyce vedeva il fallimento già un secolo fa, l’epopea di due razze ovviamente quella israelitica e quella irlandese, la costituzione di una realtà estetica che spezza i confini – basta che non ci senta Trump – tra dentro e fuori, addirittura una disgregazione dell’unità del personaggio Bloom che diventa altro da sé anche perché no in una sorta di anticipazione psichedelica pre-Beatles, pre-Kesey, pre-LSD. E comunque Bloom arricchisce e costituisce la propria personalità componendola di quelle che incrocia nel cammino, lontano progenitore mutatis mutandis dello Zelig peraltro intriso di umorismo yiddish di Woody Allen, campione ante litteram di una società multi-etnica integrata e non integralista, si arricchisce della cultura e della storia dell’umanità che nell’Odissea erano le terre toccate dall’itacese e per Bloom le persone, diventa un viaggio nel ciclo del corpo umano nei processi fisiologici e per fortuna nostra si ferma prima di toccare temi mistico-panteistici o almeno di toccarli consapevolmente.

Sfinisce la lettura di Ulisse, i suoi 18 capitoli corrispondenti ad un’ora del giorno, ad un colore, un’arte particolare, ognuno dipinto con uno stile peculiare, tutto pieno di citazioni dotte giochi, tranelli, indizi, tracce da seguire, allusioni, caleidoscopi, sfinisce come sfinì Joyce stesso che dopo sette-dico-setta anni di scrittura dovette passare un anno senza scrivere neppure un riga per riprendersi, ma in effetti va detto che si riprese tanto bene che nel 1923 iniziò la stesura del Finnegans Wake che per assurdo che possa sembrare è una estremizzazione del già estremo Ulisse e viene da chiedersi se Joyce ritenesse di modernizzare ulteriormente ciò che già aveva modernizzato – il romanzo, che dal 2 febbraio 1922 non fu più lo stesso anche se ben difficile è riprodurre una siffatta e cotale scrittura ohibò, per quanto sia possibile imitarla indegnamente.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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