Philip Seymour Hoffman, a most wanted man

0 1.118

For me, acting is torturous, and it’s torturous because you know it’s a beautiful thing. I was young once, and I said, That’’s beautiful and I want that. Wanting it is easy, but trying to be great — well, that’s absolutely torturous.

Da un’intervista del New York Times Magazine – 19 dicembre 2008

Truman-Capote-in-Capote (1)
in “Capote”

Era uno di quegli attori che riconoscevi sempre, immancabilmente. Magari non ricordavi il nome, ma sapevi di averlo già visto, da qualche parte. Quasi mai ricopriva ruoli da protagonista, eppure Philip Seymour Hoffman sapeva farsi notare. Era nell’ombra, eppure brillava. Non era la classica superstar hollywoodiana, quello no. Ma sullo schermo, talvolta, la sua stella oscurava le altre, quelle apparentemente più luminose. Perché Hoffman sapeva fare questo. Appropriarsi della scena, rubare la scena, catturando inevitabilmente la nostra attenzione. Imprimendosi nella nostra memoria.

Una figura non convenzionale, lontana dai canoni dello star system, quell’universo perfetto, patinato, che domina il nostro immaginario. Una figura non convenzionale proprio perché – paradossalmente – ordinaria. Corporatura massiccia, carnagione pallida, lentiggini, capelli biondi, occhi azzurri; a giudicare dall’aspetto, Hoffman poteva essere chiunque o forse nessuno. Ma, forse, sono proprio queste caratteristiche fisiche ad aver costituito il suo imprevedibile punto di forza.

I wish I looked different as Phil walking around or Phil waking up. […] But when I’m working, I’m grateful for the way I look. I’m grateful for the fact that I have a body with which I can do what I need to do and I can come off as…anybody.

Philip Seymour Hoffman
Philip Seymour Hoffman

Philip Seymour Hoffman nacque il 23 luglio 1967 a Fairport, New York. Scoprì il teatro da giovanissimo – a 12 anni fu folgorato da una rappresentazione di All My Sons di Arthur Miller – ma la sua passione, fin dall’infanzia, era lo sport. Fino a che un infortunio al collo non lo costrinse a considerare vie alternative. Decise così, a quattordici anni, di tentare l’ardua via della recitazione. Dopo aver frequentato  la New York State Summer School of the Arts a Saratoga Springs, venne accettato alla Tisch School of the Arts della New York University, ottenendo il diploma (Bachelor of Fine Arts) nel 1989. Poco dopo, la svolta: nel 1991, comparve in un episodio della serie Law & Order (Violence of Summer); nel 1992, ottenne un ruolo nel film Scent of a Woman di Martin Brest, pellicola che valse un premio Oscar ad Al Pacino. Grazie a questa partecipazione, Hoffman cominciò a farsi conoscere. Da qui, ebbe inizio una carriera (una carriera da outsider di Hollywood, s’intende) che si prolungherà per oltre vent’anni.

Nulla, però, può sostituire il teatro, che Hoffman non abbandonerà mai, fino alla fine. Guadagnò ben tre nominations ai Tony Awards, oltre ad un Theatre World Award per la sua performance in True West (2000). Dal 1995, inoltre, iniziò a collaborare con la LAByrinth Theater Company di New York, divenendone in seguito co-direttore artistico.

I do this because it gives me a home, a place where I can come and work. The movies are great, but they require a different kind of concentration, and then they’re over. Theater was my first love, and it’s been the biggest influence on my life. The theater is why I got into acting and why I’m still in acting.

philip-seymour-hoffman-picture-2 (1)Ma la sua popolarità è inevitabilmente legata al cinema. Attore, regista, produttore; più di cinquanta film all’attivo, tra cui spiccano Boogie Nights (1997, diretto da Paul Thomas Anderson), Happiness (1998, diretto da Todd Solondz), The Big Lebowski (1998, scritto dai fratelli Coen), Magnolia (1999, per la regia di Anderson), The Talented Mr. Ripley (1999, di  Anthony Minghella), Almost Famous (2000, diretto da Cameron Crowe). Hoffman sembrò volersi specializzare in ruoli secondari, configurandosi come il supporting actor per eccellenza. «Even if I was hired into a leading-man part, I’d probably turn it into the non-leading-man part», affermò. Eppure, ad un certo punto gli venne affidato un ruolo da protagonista. E vinse l’Oscar. È la sua consacrazione. Grazie alla sua interpretazione nel ruolo dello scrittore Truman Capote, in Capote di Bennett Miller (2005), ottenne, tra l’altro, un Golden Globe, un BAFTA ed uno Screen Actors Guild Award.

In seguito, a ulteriore dimostrazione della sua poliedricità, tre ruoli molto diversi gli procurarono altrettante nomination agli Oscar. È un agente della CIA (in Charlie Wilson’s War, 2007, di Mike Nichols), un prete accusato di pedofilia (in Doubt, 2008, di John Patrick Shanley), un leader carismatico di un movimento religioso (in The Master, 2012, di Anderson). Ogni prova di Hoffman si traduce in una nuova maschera totalmente diversa da quella precedente; una nuova personalità, una nuova interiorità da sondare, un’anima spesso segnata da conflitti insanabili. Anime perdute e dilaniate, che Hoffman rivela a noi con incredibile umanità, mettendo a nudo i loro segreti. «Sometimes, acting is a really private thing that you do for the world», confessò in un’intervista.

hoffman-plutarch (1)
Philip Seymour Hoffman

Fino ad arrivare alle sue ultime apparizioni, come Plutarch Heavensbee negli ultimi due episodi cinematografici della saga di Hunger Games, o come Günther Bachmann nel thriller A Most Wanted Man diretto da Anton Corbijn.

Il 2 febbraio 2014 il corpo di Philip Seymour Hoffman fu trovato senza vita – riverso nella vasca, con un ago nel braccio – nel suo appartamento di Manhattan. Aveva 46 anni. Non ci è dato conoscere il vero motivo che lo indusse al suicidio, né, forse, vogliamo saperlo. Preferiamo, piuttosto, tentare di recuperare, nei molteplici sguardi dei suoi personaggi, schegge dello specchio di un attore che difficilmente potremo, e vorremo, dimenticare.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.