La Battaglia di Stalingrado: lo scacco matto della Resistenza sovietica

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2 febbraio 1943. Nelle strade gelide di Stalingrado (oggi Volgograd), ibernata dall’inverno sovietico, cala il silenzio assoluto. Dopo 7 mesi di assedio, combattimenti, sparatorie e bombardamenti, l’ultimo nucleo della Sesta Armata tedesca, capitanato dal generale Paulus si è arreso dopo essersi trovato intrappolato e circondato dai soldati dell’Armata Rossa. Scacco matto per la Germania. Da quel momento in poi l’avanzata della Wehrmacht e l’espansione nazista, dopo il rallentamento, subisce una brusca frenata e, come una lenza recuperata dal mulinello di un pescatore, viene bruscamente  riportata alla base: Berlino, luogo dove si arriverà  all’epilogo nel bunker della Cancelleria con il suicidio di Adolf Hitler.

La Battaglia di Stalingrado viene considerata all’unanimità dagli storici il punto di svolta fondamentale della Seconda Guerra Mondiale, insieme alla battaglia del Mar dei Coralli e alla Battaglia di El Alamein. La resistenza dell’Armata Rossa e della popolazione cittadina di Stalingrado assumono un significato di profondo eroismo epico, quasi romantico.

Stalingrado, un complesso urbano installato sulle rive del Volga venne raggiunta dall’espansione a macchia d’olio del Terzo Reich nel luglio del 1942; come in un assedio medievale, la popolazione si arrocca a difesa della città presa d’assalto dalle divisioni delle SS che si riversano nelle strade. «Non più un passo indietro!» fu il prikaz (ordine del giorno) stentoreo di Stalin in tale occasione: l’Uomo d’acciaio ordinò la resistenza fino allo stremo delle forze e la popolazione obbedì, dimostrando un’ incredibile forza e determinazione.

I sovietici resistono combattendo quartiere per quartiere, strada per strada e casa per casa, con cecchini appostati sui palazzi, privati di qualsiasi approvvigionamento o rifornimento esterno. Ben presto la popolazione si trova a dover resistere non solo alla macchina da guerra nazista, ma anche all’incombente morsa del gelo invernale, potendo contare solo sulle proprie forze e risorse. Col passare dei mesi la Battaglia di Stalingrado raggiunge proporzioni epiche: più di 3 milioni i soldati impiegati complessivamente, migliaia di carri armati e arei da guerra utilizzati. La fazione tedesca, coadiuvata da divisioni ungheresi, romene, croate e italiane viene piano piano debellata, con enormi costi e perdite sia umane che di mezzi.

Intanto anche tutto il resto del fronte russo è impegnato a respingere l’ondata bellica nazista, l’economia non esiste più, ogni trasporto è pericoloso, ogni spostamento potrebbe comportare la morte e in questo contesto la città di Stalingrado diventa praticamente un’arena romana in cui si svolge una violentissima lotta all’ultimo sangue. Nessuno è escluso dalla battaglia, il comunismo ricopre anche un ruolo sociale, tutti devono contribuire, donne, vecchi, bambini, chi non è adatto tenta la fuga oppure muore per la patria.

Con questo spirito gli abitanti di Stalingrado vedono crollare intorno a loro i palazzi e i monumenti della loro città, che alla fine della battaglia resterà praticamente rasa al suolo, ma alla morte e alla distruzione totale delle loro case quei giorni coincidono con la rinascita e il ribaltamento delle sorti della guerra.

Talvolta la storiografia occidentale, eurocentrica e di conseguenza filo-americana, tende a sottovalutare l’immane sforzo bellico sovietico, tendendo ad accentuare quello statunitense, che in realtà (per quanto apprezzabile) si limitò ad entrare in una partita quasi già vinta, concedendo a inglesi, russi e alla Resistenza di tutti i paesi di tirare il fiato quando ormai la pressione li asfissiava da anni.

L’inno sovietico cantato dai sopravvissuti che quel 2 febbraio squarcia il silenzio surreale fra le rovine di Stalingrado, è il preludio della bandiera rossa che due anni più tardi sarebbe sventolata sul tetto del Reichstag di Berlino. Ma i superstiti non lo sapevano: in quel momento quel loro canto fu solo il simbolo di un’immensa disperazione, fatica e devastazione che tutti, soldati e cittadini, avevano subito in quei mesi. Le lacrime bollenti sui visi gelati dei soldati sono il simbolo del sacrificio di un intero popolo, un sacrificio offerto in dono a tutta l’Europa. Ma la guerra sarà ancora lunga e tanto sangue verrà versato. Tante piccole Stalingrado dovranno soffrire prima che l’avanzata nazista che, come un pendolo, aveva raggiunto l’apice estremo della sua oscillazione sulle rive del Volga,  si arresti definitivamente.

Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate
Ride una donna di granito su mille barricate
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città

Stormy Six, Stalingrado

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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