Esiste una finestra temporale per imparare le lingue?

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Imparare lingue straniere è sempre una sfida, lo sappiamo tutti, ci vogliono determinazione, tempo e tanto, tanto esercizio. La strada si presenta in salita costante: si inizia piano piano, dalle basi, per poi doversi far strada tra declinazioni, errori ortografici e verbi irregolari. Il tutto sempre a colpi di accetta, col sudore che cola copioso sul viso. Le difficoltà, però, non aumentano solo entrando sempre di più nel labirinto semantico e sintattico, purtroppo esse aumentano anche con l’età e la ragione non è altro che biologica e va cercata nelle dinamiche dell’acquisizione del linguaggio in sé.

Tra linguaggio e plasticità cerebrale

Con l’età, il nostro cervello perde elasticità

Chi tra di noi si è ritrovano a cercare di imparare altre lingue dopo i 25 anni sa che non è per nulla facile, una volta superati gli anta poi, non ne parliamo. La causa è sempre attribuita alla memoria che, si sa, non è più la stessa. La ragione di tutte queste difficoltà, però, risiede molto più a fondo e riguarda la plasticità cerebrale, ovvero la capacità della nostra scatola nera di adattarsi e modellarsi in base alle esigenze, che con il passare degli anni diminuisce sempre di più. Di conseguenza, come dimostrato da diversi studi, si crea una finestra temporale in cui l’apprendimento di una lingua è alla sua massima potenza, conosciuta come critcal period hypothesis (ipotesi del periodo critico o CPH)

Dimostrata per la prima volta nel 1967 da Eric Lenneberg, la CPH è un dibattito ancora in pieno fermento, in quando non è ben chiaro a che età questa finestra temporale si chiuda e quale sia la differenza tra prima (L1) e seconda lingua (L2). Mentre secondo alcuni essa si chiuderebbe, per la L1, addirittura intorno ai 5 anni, si possono individuare due correnti di pensiero dominanti. Secondo la prima, la finestra temporale va dalla nascita alla prima adolescenza, chiudendosi dunque verso i 12-13 anni. Secondo la seconda scuola di pensiero, invece, essa rimarrebbe aperta (sebbene solo in parte) fino ai 21 anni. Le prove di queste teorie vengono principalmente dai casi di danni all’emisfero celebrale sinistro, come già dimostrato da Lenneberg. Tre anni dopo, la sua teoria è stata totalmente provata dal tremendo caso di Genie.

Genie: segregata in una stanza per 13 anni

Genie riportò anche vari problemi motori

Era il 4 novembre 1970 quando i servizi sociali dello stato della California trovarono Genie: la piccola era stata segregata dai genitori in una stanza per quasi 13 anni, senza alcun contatto umano, mentre il suo fratellino andava tranquillamente a scuola. Vedeva i suoi genitori solo quando le portavano i pasti e solo per pochi istanti. Non è mai uscita dalla sua camera, non ha mai visto il cielo o giocato con altri bambini e, cosa importantissima, non ha mai parlato con nessuno.

Ovviamente Genie non sapeva come relazionarsi e non possedeva alcuna capacità comunicativa. La sua scoperta destò quindi l’interesse del mondo scientifico e apparve a molti come quel barlume di speranza per i quesiti riguardanti l’apprendimento del linguaggio. Il governo statunitense stanziò dei fondi e Susan Curtiss fu incaricata della ricerca.

Nei primi anni di libertà, Genie mostrò una curiosità infinita per ciò che era il mondo intorno a lei: voleva vedere, toccare, provare, sapere e chiedeva continuamente i nomi di tutti gli oggetti che le capitavano a tiro. Il suo vocabolario cresceva rapidamente, diventando ogni giorno più forbito. Nonostante gli anni di logoterapia, però, la sintassi non si sviluppò mai ed è questo il punto cruciale: Genie era già troppo grande per acquisirne la struttura e le dinamiche sintattiche, producendo frasi povere di connettivi, congiunzioni e morfologia.

Father hit arm. Big wood. Genie cry… Not spit. Father. Hit face—spit. Father hit big stick.

Newton Michael, 2002, Savage Girls and Wild Boys

La semplificazione è una strategia riscontrata anche nei creoli, in questi casi risultato della necessità di farsi capire. Per Genie, invece, il problema era la mancanza di stimoli.

L’importanza dello stimolo linguistico

Fino a che età possiamo apprendere le lingue?

Il caso di Genie, per quanto terrificante, fu una svolta importante per il mondo accademico perché divenne la risposta concreta a quesiti fino ad allora mai provati. Primo tra tutti, dimostrò che la finestra temporale non si chiude tutta d’un tratto, ma lievemente, anno dopo anno e che la sua chiusura non preclude l’apprendimento delle lingue, ma lo limita decisamente. Ci sono aspetti della lingua che sono particolarmente difficili da acquisire e richiedono anni e anni di esposizione a uno stimolo linguistico adeguato. Se questa stimolazione non avviene entro l’adolescenza, gli aspetto strutturali non possono essere acquisiti. Inoltre, la dimensione del cervello di Genie risultava circa la metà di quello dei suoi coetanei, sempre per via della mancanza di stimoli.

In sostanza, il nostro cervello si sviluppa e adatta, ma l’assenza di uno stimolo, specialmente durante i primi anni di vita, ne preclude lo sviluppo, anche fisico.

Luisa Seguin per MIfacciodicultura

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