Quel 1945 in cui alle donne italiane fu concesso il diritto di voto

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Il 30 gennaio 1945 il Consiglio dei Ministri italiano discuteva riguardo al voto alle donne: è il 1° febbraio quando viene emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferisce il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni. Più di 70 anni fa il nostro avanzatissimo paese concedeva il suffragio universale. Ergo, anche le donne potevano entrare in una cabina elettorale.

votoC’è chi crede che sia stato Mussolini a concedere il voto alle donne. Sempre in quel nostalgico (e incomprensibile) “quando c’era lui….

Il Duce volle effettivamente estendere alla parte femminile del suo paese il diritto di voto. Cominciando dall’amministrativo. Peccato che, alla fine, con la riforma elettorale del 1928 Mussolini tolse il diritto di voto a chiunque, senza discriminazioni, e quindi in realtà quando c’era lui non poteva votare proprio nessuno. Cose che capitano, in una dittatura.

Fu proprio la guerra a rendere le donne ancor più consapevoli del loro valore, benché le lotte delle donne italiane per il suffragio universale siano stato affare di lunga data, sin dall’unità di Italia.

Ma era difficile scardinare quell’ideale patriarcale e maschilista che portò Crispi a sostenere che non si confacesse alla donna il diritto di voto, a lei, così legata alla sfera privata. Siamo nel 1883.

Nel ’45 le donne ottengono il diritto di voto dal Governo Bonomi III, sostenuto da dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Comunista, da quello Liberale e da quello Democratico del Lavoro. Furono Palmiro Togliatti, allora presidente del Consiglio dei Ministri, e Alcide de Gasperi (ministro degli Esteri) a proporre il disegno di legge che portò le donne nella cabina elettorale il 2 giugno 1946 per decidere anche loro riguardo a Monarchia e Repubblica.

Di lì a poco, venne anche scritta e promulgata una Costituzione che sanciva chiaramente, nel suo tanto dimenticato articolo 3, che tutti i cittadini sono eguali.

Insomma, dovrebbero essere settant’anni che noi donne ci crogioliamo nella parità dei diritti.

E invece il suffragio universale, oggi, sembra ancora il massimo dell’avanguardia.

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Quando si (stra)parla di famiglia tradizionale si pensa proprio a quello che veniva in mente a Francesco Crispi: la moglie che sta a casa a badare ai figli, il marito che porta a casa la pagnotta, i figli educati rigidamente dal capofamiglia che stabilisce cosa debbano imparare. Il che può essere accettabile nel momento in cui sia la donna a decidere di dedicarsi anima e corpo alla famiglia, evitando magari una carriera professionale propria.

D’altro canto, non implica che questo modello sia l’unico attuabile, né il migliore. Perché è proprio questo tipo di mentalità che ha portato il suffragio universale così tardi in Italia, ed è la stessa mentalità che ci ha fatto lottare per avere il diritto di interrompere una gravidanza o di divorziare.

Questi diritti – perché così si chiama lasciare scelta alle persone – sembrano concessioni, quasi un favore che ci è stato fatto, in una società che ancora oggi ha paura di sentir parlare di parità di genere e che si nasconde dietro alla famiglia tradizionale. Perché vi fa paura pensare che, a settantadue anni dal giorno in cui è stato istituto il suffragio universale, ora le donne vogliano pure arrogarsi il diritto di essere esseri umani. Vi intimorisce credere che una donna possa decidere liberamente di farsi una carriera, di realizzarsi indipendentemente dalla propria famiglia, di essere un individuo dotato di un’identità anche senza il bisogno di un uomo di fianco a lei.

È una società patriarcale quella che ha paura delle donne e del loro potere. È una società patriarcale quella che cerca di limitare la realizzazione personale di qualsiasi persona che non sia un uomo. Perché una donna, perché gay, perché transessuale, perché donna troppo mascolina, e così via.

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Eppure, durante la Resistenza e durante la guerra, sono state le donne a tirare avanti il paese (come in ogni paese in guerra). Perché, durante un conflitto armato, se gli uomini sono al fronte serve qualcuno che tiri avanti quel briciolo di economia rimasta (essenzialmente bellica), qualcuno che continui a coltivare e a produrre cibo, qualcuno che non lasci morire la famiglia che rimane sotto le bombe. Senza contare quante donne partigiane lottarono – e persero la vita – per il proprio paese.

Ed ecco che il suffragio era un premio, il riconoscimento della validità e del valore di essere donne.

Gli uomini avevano riconosciuto che, anche senza di loro, riusciamo a cavarcela.

E invece oggi si scende in piazza per dire l’esatto contrario: siamo qualcosa solo se inseriti in una famiglia. Di un determinato tipo.

Ma senza individuo, è impossibile costruire l’altro. Donna o uomo che sia.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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