Non sottovalutiamo quanto potremmo imparare dal greco antico e dal suo insegnamento

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«È al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione, e della nostra epoca» diceva Virginia Woolf.

Ricordo da giovane studente del ginnasio e del liceo classico l’obiezione che ricevevo spesso dai miei amici che frequentavano altre scuole e che anch’io, non di rado, muovevo a me stesso: ma a che servono il greco e il latino? Perché tanto dispendio di energie per studiarli?

Questo si chiede il teologo Vito Mancuso su La Repubblica, cercando di rispondere ad una delle domande più vecchie e tormentate di chi si è trovato ad affrontare il liceo classico (esperienza che, chissà, forse è destinata a diventare non ripetibile).

Alla domanda a cosa servono il greco e il latino la risposta più onesta e più convincente è: a nulla.

La sua è ovviamente una provocazione, legata a quella distinzione classica fra otium negotium, in cui quello che tradurremmo malamente con ozio è in realtà l’attività essenziale di pensare, riflettere, acculturarsi.

E dire che oggi, provocatoriamente, non serve a nulla, è spaventosamente veritiero.

Chi ha tradotto il greco sa che uno dei problemi più grandi sono i verbi: non solo per le loro costruzioni e per i paradigmi, ma perché il loro utilizzo è totalmente diverso da quello della lingua italiana. Come accade in altre lingue, il valore temporale è subordinato a quello aspettuale: questo implica, per spiegarlo in poche parole, che è probabile che un verbo in teoria traducibile con un passato remoto è invece da tramutare in un presente.

Come è possibile?

Un esempio molto conosciuto ai grecisti è quello di oida, teoricamente il perfetto del verbo orao, che indica vedere. Ma quel tempo, in teoria “ho visto”, può anche essere tradotto “io so”: questo perché se oida significa aver visto e aver concluso quell’azione, allora significa anche sapere, aver acquisito una conoscenza. Quindi un tempo in teoria passato diviene presente. Ma oltre al problema della traduzione, che è stata frutto di un gran bel fioccare di 4 nella mia carriera, se ci si sofferma a pensare tutto ciò dá l’idea di quanto la lingua greca non sia un meccanico accumulo di parole univoche e frasi a senso unico: anche la più banale favoletta può divenire un problema, per esempio già solo per come può essere definita dall’autore. La favola può essere mythos, un mito; ma può anche essere logos, un racconto. Sembrano sottigliezze? Non lo sono.

Questa parola, logos, penso sia una delle parole più importanti di tutta la filosofia: in primo significato, infatti, indica il linguaggio. È ovvio che, conseguentemente, diviene anche per significato traslato un semplice racconto. Ma è la parola, la lingua, ed è persino il pensiero. Le filosofie del logos sono ancora attuali, e potremmo dire che tutte le filosofie sono tali: tanto che si predichi la distruzione totale del linguaggio, quanto una nuova costruzione dello stesso o la sua origine, il fulcro del discorso è sempre la parola.

E la parola è racconto.

E il racconto e la parola sono pensiero.

E la filosofia, penso sia lampante, è logos.

Un’altra parola affascinante è pneuma, che banalmente è il respiro. Ma quella stessa parola può anche essere spirito, considerata come quell’ultimo respiro che si esala prima della morte. Ma l’anima può anche essere nous, che però riguarda l’intelletto, la ragione; e qui si carica di un significato filosofico molto pregno, perché non è detto ovviamente che per tutti avere un’anima sia alla base di avere la facoltà di ragionare, e per certi aspetti nemmeno quella di respirare. Ogni singola parola greca funziona così: penso sia impossibile trovare un significato univoco per un singolo sostantivo. Anche per parlare del corpo, per esempio, i greci fanno differenza fra corpo morto e corpo vivo: non è tutto soma, ed è ovvio, perché se parliamo di respiro come spirito anche l’idea del corpo cambia di conseguenza.

Questa lingua, così affascinante, ha anche un antico caso che resta in poche lingue: il duale. Non è né singolare né plurale: è un due. È l’idea che vi siano delle azioni che necessitano un verbo di coppia, che devono essere associare a un’entità già fatta da due, non da uno né da tanti. Un caso che il latino ha totalmente abolito, ma che penso renda il greco antico una delle lingue più romantiche della Terra: alla fine, i greci sono quelli che hanno distinto l’amore erotico (da eros) dall’amore agapico (agape), che potremmo accostare all’amore fraterno del cristianesimo. E ci siamo limitati a due soli esempi.

Il problema della traduzione greca è proprio quella: capire cosa ci sta dicendo l’autore. Non è possibile tradurre, stando anche solo al significato letterario, ma bisogna entrare nell’animo di chi sta scrivendo. Questo ovviamente è quello che fa odiare il greco al liceo, e io ringrazio il Ministero per aver estratto latino e non greco in quel terribile anno della maturità. È la sua più grande difficoltà, nonché il più grande cruccio per chi non ha desiderio di passare il sabato pomeriggio sul vocabolario.

Ma diventando più grandi, forse un po’ più intelligenti, ci si rende conto di quanto sia immenso il mare del greco. E forse si capisce perché proprio la Grecia fu la grande culla della filosofia a cui i romani si ispirarono sempre, accogliendo i grandi maestri greci e portandosi i loro libri in viaggio: in tante cose l’Impero Romano riuscì a superare il mondo greco, ma mai nella cultura.

Senza contare che tradurre testi così difficili ha un grande valore aggiunto: attraversando le lingue degli altri, si impara a scoprire la propria.

Il classico forse sarà sorpassato, o forse inutile: eppure, tutto questo tramestio di regole grammaticalmente scorrette e di errori ortografici raccapriccianti dovrebbe farci ricredere sui nostri licei. Sulla nostra istruzione. Sulle nostre scuole.

E anche sulla capacità di articolare un pensiero di molti fra noi.

Il punto vero però non è questo, il punto vero è l’otium. Com’è noto, l’otium latino non è l’ozio italiano, ma è il tempo libero, o per meglio dire il tempo liberato dal lavoro, e dedicato alla lettura, allo studio, alla riflessione. Non è inattività, ma un altro tipo di attività. Ciò che Aristotele diceva della filosofia, a mio avviso si può dire oggi dell’intera civiltà classica.

Vito Mancuso

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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