“Raffaello e l’eco del mito”: a Bergamo arriva il genio di Urbino

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Raffaello e l’eco del mito

Il 27 gennaio è stata inaugurata all’Accademia Carrara di Bergamo una mostra particolare, incentrata sulla figura di Raffaello: il genio di Urbino non viene celebrato solamente come artista in sé, ma anche come ispiratore di altri ingegni, come pietra miliare nella storia dell’arte. Il percorso espositivo di Raffaello e l’eco del mito infatti, curato dai nuovi e vecchi direttori di Accademia Carrara, Maria Cristina Rodeschini ed Emanuela Daffra, e di GAMeC, Giacinto Di Pietrantonio, ruota attorno al San Sebastiano di Raffaello, conservato proprio in Carrara. Quello che vediamo infatti, come ci annuncia il titolo della mostra, è il mito del pittore, dalla sua nascita artistica fino all’influenza che ha avuto nell’arte contemporanea. Le opere esposte sono più di 60, divisibili in capitoli, rappresentati dalle varie sale allestite ad hoc: le prime vedono i dipinti di quelli che sono i maestri per Raffaello, il padre Giovanni Santi, il Perugino, da cui apprende come creare scene di devozione e a gestire lo sguardo del soggetto in modo avvincente per lo spettatore, e il Pinturicchio, che con il gusto narrativo dei suoi quadri e la ricercatezza dei dettagli lascerà un segno tangibile in lui. La crescita artistica rapidissima si evince anche dai bozzetti esposti: sono disegni preparatori che sottolineano il talento che Raffaello possiede sin da giovane, ma anche la sua ricerca e lo studio per prendere possesso della concezione spaziale.
Il San Sebastiano (1502-03 ca.), cuore della mostra, è parte della collezione Lochis della Carrara, donata all’Accademia nella seconda metà dell’Ottocento. Intelligentemente è il dipinto centrale di una sala che lo mette in dialogo con altri suoi “simili”, ovvero con altre opere di altri autori che hanno affrontato lo stesso tema con la stessa tipologia di rappresentazione: il confronto appare quindi quasi di corredo al dipinto di Raffaello, più per sottolinearne lo scarto dai contemporanei che per apprezzare diversi approcci.

Luigi Ontani, San Sebastiano nel bosco di Calvenzano, d’après Guido Reni (1970)

Dopo una prima parte del percorso intensa, che crea una certa attesa per le opere del maestro, sapientemente dosate, si arriva a mio parere a una flessione nel ritmo: parlo della sala dedicata alla fortuna che Raffaello ebbe nel primo ‘800, quando il fascino della sua pittura mescolata alla sua vicenda personale ne rivitalizzarono la fama. In un percorso di questo tipo è giusto presentare indizi tangibili del mito, ma forse le opere presentate non hanno sufficiente forza, come invece hanno nelle altre sale. Entrando infatti nella sala seguente, che accoglie la celeberrima Fornarina (1520 ca.), le opere a corredo sono di tutt’altro tenore e ben esemplificano il fascino che Raffaello aveva sugli uomini dell’800: Raffaello e la Fornarina di Francesco Gandolfi o Raffaello che per la prima volta spoglia la Fornarina di Cesare Mussini sono esempi perfetti del mito che si innesta nel clima romantico dell’epoca.

L’allestimento raffinato di Raffaello e l’eco del mito, a cura di di Tobia Scarpa e Mauro Piantelli (De8 Architetti) con Felix Humm e Gigi Barcella, vede l’impiego di tessuti come la iuta, spesso colorata di un blu intenso, per incorniciare le opere e un uso sapiente della luce per dare un aspetto quasi sacrale alle sale.

Capitolo a parte, anche fisicamente, è quello della contemporaneità: l’allestimento cambia per dare risalto a quelle opere che si ispirano a Raffaello e prodotte dal ‘900 ai giorni nostri. Importanti presenze sono quelle di De Chirico e Vezzoli con degli autoritratti ispirati al maestro – Autoritratto (1931) e Self-Portrait as a Self-Portrait – After Raffaello Sanzio (2013) -, ma anche Luigi Ontani con San Sebastiano nel bosco di Calvenzano, d’après Guido Reni (1970, che riprende in toto il tema iconografico.

Giulio Paolini, (Non)senso della visita (2015)

Una meta-opera conclude questa visita: Giulio Paolini con (Non)senso della visita (2015) incornicia il San Sebastiano con un pubblico ideale spezzettato in tanti frammenti. A metà tra la critica e la ricerca di senso, spinge quasi lo spettatore a tornare indietro e a rivedere la mostra con un’altra consapevolezza: anche il pubblico costruisce il significato di un quadro e l’approccio che oggi abbiamo non può essere lo stesso dei contemporanei del maestro; per apprezzarlo dobbiamo tenerne conto, ma anche cercare quel qualcosa che rende Raffaello così straordinario anche nel 2018.

Raffaello e l’eco del mito
A cura di Emanuela Daffra, Maria Cristina Rodeschini e Giacinto di Pietrantonio
Accademia Carrara, Bergamo
Dal 27 gennaio al 6 maggio 2018

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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