Da Masters a De André: “Il suonatore Jones” come esempio di libertà

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Il suonatore Jones
Cinzia Ghigliano, Il suonatore Jones (2005)

Il suonatore Jones, il vecchio suonatore Jones morto a novant’anni, quello che Edgar Lee Masters inserisce anche nel proemio dell’Antologia di Spoon RiverLa collina, come esempio di chi vive a lungo «non pensando né a moglie né a parenti / né al denaro, né all’amore, né al cielo», anche lui dalla tomba racconta di una vita vissuta e ormai persa, ma senza rimpianti.

Jones suona il violino, lo suona per tutti quelli che glielo chiedono, perché «se la gente sa che sai suonare, / suonare ti tocca per tutta la vita», lungo una strada per i passanti, alle feste per gli amici e per le ragazze che ballano con le gonne che volteggiano all’aria. Ma soprattutto suona per se stesso, perché la melodia del mondo lo colpisce con i suoi suoni e dentro di lui nasce una vibrazione: la musica.

Jones è un suonatore e non ha il tempo per preoccuparsi dei campi da coltivare, di diventare più ricco, di distruggersi la schiena con l’aratro, lui insegue la sua arte, è prigioniero e libero allo stesso tempo.

Quando Fabrizio De André decide di affrontare e mettere in musica questa poesia di Masters si trova di fronte ad un compito più difficile del previsto. Eppure era necessaria, era la giusta alternativa a tutti i fallimenti precedenti che aveva cantato nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo.

Non c’è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per puro divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt’altro che facile.

Il suonatore Jones, acquerello di Giordano Prudente

Ascoltando la canzone è facile comprendere le perplessità che accompagnarono De André durante la stesura di questa canzone. Fabrizio De André e il suonatore Jones sono due anime che si lasciano guidare dalla musica, alla perenne ricerca della libertà in ogni sua forma – chi conosce le canzoni del cantautore genovese ha ben presente quante volte ritorni il concetto di libertà all’interno dei suoi testi.

Eppure De André sente in qualche modo di aver tradito la sua stessa arte perché lui è un professionista che lavora in cambio di denaro, idea che Jones non avrebbe mai tollerato: «il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti».

Nel caso de Il suonatore Jones sono due le strofe dedicate alla libertà, prima addormentata, succube del lavoro e delle responsabilità, e poi sveglia che sembra danzare anche lei con le ragazze, la “signorina libertà” (Se ti tagliassero a pezzetti).

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato,
per un fruscío di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

Ma quella libertà, che De André diceva essere addormentata nei campi, dorme ancora oggi nella fabbriche, negli uffici, assopita nel cuore di tutti coloro che, partecipi di questa grande macchina produttiva votata al guadagno e al consumo, abbandonano il sogno, smettono di percepire i suoni della terra e del vento e diventano prigionieri di un meccanismo che distrugge e uccide l’arte, la creatività, la bellezza.

Il suonatore Jones

Così mentre tutti gli altri vedono la siccità, quindi i problemi economici e la crisi, in un vortice di polvere, a lui viene in mente Jenny e la sua gonna che ha visto volteggiare in un ballo molti anni prima. Questo è il segreto, questa è la capacità di vedere la bellezza dove gli altri scorgono problemi, questo è il modo di affrontare la vita secondo il suonatore Jones.

Fabrizio De André, con la sua fiducia nell’uomo e nelle sue risorse, pone Jones – e lo chiama per nome – come contrappeso a tutti gli altri: il matto che non era riuscito a trovare il modo giusto per esprimersi, il giudice vinto dall’invidia, il blasfemo ammazzato per aver detto la verità e il malato di cuore morto senza aver vissuto. E ancora, il medico che si era lasciato corrompere dal denaro, il chimico spaventato dall’inesattezza dell’amore e l’ottico trasportato nell’irrealtà delle sue allucinazioni.

Jones il suonatore lascia che le ortiche invadano i suoi campi e suona così tanto da spezzare il suo flauto – per ragioni metriche De André sostituisce il violino – come si spezza anche la sua vita, alla fine, ma solo perché ha fatto il suo corso, la vecchiaia se l’è portato via e di lui restano delle risate rauche, tanti bellissimi ricordi e nemmeno un rimpianto.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. Domenico dice

    Veramente un bellissimo articolo, hai veramente colto l’essenza di Jones, il suonatore 🙂

    1. Jennifer Carretta dice

      Grazie Domenico! 🙂

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