Woody Allen, un genio tra cinema e letteratura – “Io e Annie”

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Io e Annie

Ci sono scrittori che diventano registi, e registi che diventano scrittori. E poi, ci sono i cosiddetti geni, quelli che varcano i sottili confini dell’arte e creano attraverso le proprie opere dei manifesti culturali che affrontano le tematiche più disparate: psicologia, cinema, letteratura, filosofia. Uno di questi, è sicuramente Woody Allen: regista, sceneggiatore, scrittore e attore statunitense che non manca mai di citare nelle sue pellicole i suoi riferimenti letterari, in particolare i padri della letteratura russa: Dostoevskij, Tolstòj, Nabokov. Per approfondire maggiormente i temi più cari al cineasta nato a New York il 1° dicembre del 1935, in questa rubrica a lui dedicata analizzeremo in ordine cronologico i suoi più grandi successi e capiremo quanta letteratura (e non solo) c’è nei suoi film.

Era il 1977 quando nelle sale uscì quello che è a tutti gli effetti il suo primo capolavoro: Io e Annie (titolo originale Annie Hall), una commedia che descrive in modo cinico ed esilarante le fobie, le paure e le debolezze della vita, ma soprattutto dell’amore.

Io, sai, sono ossessionato dalla morte, credo. Sì, è il tema di fondo per me. Io sono molto pessimista nella vita. Devi saperlo, se noi staremo insieme. Sai io… io sento che la vita è divisa in orribile e in miserrimo. Sono come due categorie, sai. L’orribile sarebbe… per esempio un caso limite sarebbe quando uno è cieco, storpio… Io non so come si faccia a vivere così. È un mistero per me, sai? E il miserrimo sono tutti gli altri. Ecco allora, allora devi ringraziare Iddio se sei miserrimo perché sei fortunato… ad essere nato miserrimo.

Io e AnnieI protagonisti di questa love story sono Alvy Singer (Woody Allen), un comico newyorchese con due matrimoni falliti alle spalle, e Annie Hall (Diane Keaton), una ragazza di famiglia benestante e aspirante cantante. Partendo dal loro primo incontro, la storia segue con attenzione l’evoluzione del rapporto, le rispettive ossessioni, la voglia di fuggire dalla quotidianità. Io e Annie esprime concetti diversi rispetto alla classica commedia sentimentale, non a caso, viene messa in risalto la complessità delle coscienze dei due protagonisti. Con un’amara comicità, Allen si diverte a raccontare un’opera introspettiva attraverso dialoghi intelligenti, che spaziano dalla sessualità alla realizzazione personale, dalla depressione al pensiero orientale. Sempre presente, una buona dose di pessimismo cronico, elemento che caratterizza gran parte del pensiero artistico e personale del cineasta americano:

Essenzialmente, è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miserie, di sofferenze, di infelicità, e disgraziatamente dura troppo poco. 

Io e AnnieAttraverso piani sequenza e flashback, non mancano di certo riferimenti a Freud. Non a caso, i due protagonisti, affronteranno i loro diversi punti di vista attraverso un percorso di psicoanalisi, che li porterà ad interrogarsi sui propri limiti e sulle proprie fragilità. Mentre Annie fa progressi e matura, Alvy resta intrappolato nella sua negatività. Una negatività che trasformerà la loro storia d’amore in una relazione nevrotica e soffocante. Ma in questa favola realistica, anche tanta letteratura. Alvy, durante un approccio con un’altra donna, dice la sua sul sesso: «Fare sesso con te è un’esperienza di tipo kafkiano. E te lo dico come complimento». Un omaggio anche alla poetessa Sylvia Plath, Annie definisce le sue poesie eccezionali; al filosofo e sociologo canadese Marshall McLuhan, che interviene con una battuta nella famosa scena della fila al cinema e allo scrittore Truman Capote, che compare nel film in un cameo, nella scena in cui Alvy e Annie passeggiano in un parco: «Ecco il vincitore della gara di sosia di Truman Capote». Tra riferimenti psicologici e letterari, l’epilogo è romantico e allo stesso tempo malinconico:

E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: «Dottore, mio fratello è pazzo: crede di essere una gallina». E il dottore gli dice: «Perché non lo interna?», e quello risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?». Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo/donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi… ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

In Io e Annie, Allen si guarda allo specchio. Questa pellicola non rappresenta solo una pietra miliare della storia del cinema, ma è uno sguardo delicato sulle armonie mascherate e sulle identità in frammenti. Quella che inizialmente sembrerebbe essere una classica storia d’amore, alla fine si rivela una sublime indagine sul rapporto uomo/donna.

Inizialmente, il film si doveva chiamare Anhedonia, termine che indica l’incapacità di vivere appieno il piacere, un’incapacità che caratterizzava gran parte della vita di Alvy, ossessionato dalla morte e intrappolato nelle proprie nevrosi. Eppure, nonostante il sorprendente vortice di claustrofobia che inghiotte questa storia, Allen è stato capace di trasformare la fine di una relazione in una vera e propria opera d’arte.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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