Lezioni d’Arte – Luci ed ombre del cavaliere calabrese Mattia Preti

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Raffaello Sanzio, dettaglio Liberazione di San Pietro dal Carcere, 1514

Uno degli ultimi esponenti del caravaggismo romano, il cavalier calabrese Mattia Preti (Taverna, 1613 – La Valletta, 1699), assorbe dal suo maestro la qualità più importante: la prepotenza della luce. Quel bagliore che si staglia sui punti giusti dei personaggi che animano la scena, ne evidenzia i gesti, le espressioni, i dettagli fondamentali al racconto. Ecco che la vera protagonista delle sue opere è la luce che fa emergere dall’ombra la plasticità dei corpi saldi.

Più sensibile alle opere chiaroscurali e drammatiche del Caravaggio, Mattia Preti interpreta magistralmente la Liberazione di San Pietro dal Carcere (1665) conservata alla Gemäldegalerie der Akademie der Bildenden Künste a Vienna. La fonte testuale sono gli Atti degli apostoli e Preti marca ogni dettaglio narrativo.

In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.

Atti degli Apostoli 12,1-4

Il momento ritratto si riferisce alla notte in cui Pietro doveva comparire davanti al popolo ma, mentre stava dormendo incatenato, nella cella irrompe un bagliore ed un angelo viene a salvarlo. Preti si concentra sulla fuga silenziosa, su un momento concitato. San Pietro segue la luce divina ma ha un’espressione incredula, gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Non capisce bene cosa sta accadendo, si guarda indietro smarrito. Nella penombra del carcere le sentinelle alle sue spalle sono cadute in un sonno profondo mentre davanti a lui a guidarlo l’angelo, che lo incita a proseguire svelto il cammino.

Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Alzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e legati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.

Atti degli Apostoli 12,7-9

Mattia Preti, San Sebastiano, 1660

L’Apostolo Pietro è accompagnato dall’inconfondibile manto giallo, che lo distingue iconograficamente, e che nella fuga è reso dal pittore pesante e disordinato. Nella mano la chiave d’oro del Paradiso, stretta e ben in vista. La luce irrompe dall’alto, sulla destra, non si infrange soltanto sulle figure divine ma evidenzia sbattendo sul muro tutti i particolari degli oggetti che rendono la scena molto realistica: le chiavi appese al chiodo, la borraccia, le lance ed il manto rosso della sentinella abbandonata nel sonno.

Per il soldato poggiato al muro Preti usò come modello un popolano, lo ritrasse così bene al naturale tanto che venne riconosciuto da tutti. Utilizzò la sua figura più volte, lo ritroviamo sia nell’uomo che scortica San Bartolomeo che addirittura come San Sebastiano nell’opera omonima a Capodimonte. Proprio per le sue sembianze, ritenute troppo villane, simili a quelle di un facchino che risultavano sconvenienti per un santo, le suore committenti rifiutarono la tela e Preti decise di esporla nella Chiesa dei Sette Dolori come modello per i giovani pittori di un disegno perfetto fatto al naturale.

L’effetto comunicativo di Mattia Preti è più efficace rispetto al racconto che un secolo prima aveva realizzato Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane. La scelta del Sanzio è affrescare tutti e tre i diversi momenti del racconto. Anche lì è la luce a guidare la narrazione, partendo dall’aurea abbagliante dell’angelo fino ad infrangersi nei riflessi delle armature. San Pietro è la sostanziale differenza. In Mattia Preti è un attore che comunica con il viso e con i gesti la sorpresa che sta vivendo, in Vaticano risulta un incerto protagonista. Siamo nel pieno Seicento, nell’esplosione della teatralità e della meraviglia e qui il cavalier calabrese si adatta perfettamente nel ruolo di regista.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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