Le più grandi bufale sul fascismo: un debunking obbiettivo e attuale

5 7.682
Mussolini e le squadre d'azione delle camicie nere (1922)
Mussolini e le squadre d’azione delle camicie nere (1922)

Negli ultimi anni i social network hanno contribuito a far espandere un fenomeno che regna in Italia da quando si è liberata dal fascismo: la dura resistenza della propaganda mussoliniana nella mente di molti cittadini. Ma i fatti della Storia dimostrano che molto di quello che si ritiene ancora vero riguardo il regime totalitario è interamente falso; o, perlomeno, molti meriti che si intende dare al Duce non gli appartengono neanche. Molte bufale riguardano innanzitutto l’economia e si basano su parallelismi tra i presunti provvedimenti “miracolosi” del fascismo e quelli “inefficienti ed inefficaci” dei governi democratici attuali, alimentando in questo modo la rabbia nei confronti della classe dirigente contemporanea.

La menzogna più famosa è sicuramente «Il duce creò le pensioni». In realtà già la legge n.1473/1883 fondò una cassa pubblica di assicurazioni per gli infortuni degli operai sul lavoro, che con la legge n.80/1898 diventò Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai: furono così stabiliti un contributo statale di sostegno all’iscrizione da parte degli operai (che era ancora volontaria) e un contributo libero da parte dei datori di lavoro. Solo nel 1919 l’iscrizione alla cassa divenne obbligatoria, durante il Governo Orlando, facendo anche cambiare il nome dell’istituto in Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali. L’unico merito di Mussolini fu quello di aver trasformato la denominazione di questo ente in Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale nel 1933 e poi in Istituto Nazionale della Previdenza Sociale nel 1943, nonché di aver creato gli assegni famigliari e le pensioni di reversibilità. Ma anche le pensioni sociali non furono merito del Duce: furono introdotte con la legge n. 153/1969 (la cosiddetta legge Brodolini, che trasformò peraltro il sistema da contributivo a retributivo), dunque ben dopo il regime.

Alcune vittime della Guerra di Etiopia (1935)
Alcune vittime della Guerra di Etiopia (1935)

Al di là delle pensioni, è dura a morire la convinzione che l’economia col fascismo galoppasse. Peccato che l’unica fase di crescita e sviluppo si ebbe nella fase “pre-dittatoriale” del regime, ossia quella dal 1922 al 1925. Infatti l’allora ministro del Tesoro e delle Finanze Alberto De Stefani attuò politiche fiscali restrittive per diminuire il debito pubblico accumulato con la Grande Guerra e stimolò la produttività nazionale tramite liberalizzazioni. In questo modo si raggiunse il pareggio di bilancio nel 1925 e si ebbe un aumento del risparmio privato e della competitività nazionale. Tali scelte liberiste non facevano però gli interessi dei latifondisti e dei grandi industriali, sostenitori del fascismo, motivo per cui Mussolini destituì De Stefani proprio nel 1925. A partire dal successore Giuseppe Volpi furono adottate politiche economiche focalizzate sul deficit spending, sul dirigismo e sul protezionismo, mirate soltanto ad aumentare la redditività degli oligopolisti a svantaggio dei lavoratori e dei piccoli imprenditori. Divieto del diritto di sciopero, scioglimento dei sindacati, contenimento dei salari, aumento delle ore lavorative da 10 a 12 e rivalutazione della lira furono solo alcune delle misure corporativistiche e autoritarie del regime. Persino la tredicesima fu sì istituita nel 1937 in quanto prevista dal Contratto Collettivo Nazionale, ma era destinata solo agli impiegati dell’industria e non ai lavoratori; fu universalizzata solo con il D.p.r. n.1070/1960, in piena Prima Repubblica. Oppure si pensi alla Cassa Integrazione Guadagni (CIG), che venne prevista nel 1939, ma senza riferimenti applicativi perché abbastanza inutile, data la piena occupazione in tempo di guerra. L’istituto come lo conosciamo oggi nacque solo con il D.lgs. n.869/1947, al fine di rispondere all’enorme disoccupazione conseguente allo smobilizzo di tutta l’industria bellica.

Mussolini e Hitler, durante la visita del leader fascista a Monaco (1940)
Mussolini e Hitler, durante la visita del leader fascista a Monaco (1940)

Infine, non mancano nemmeno le bufale sulla natura politica del regime, sintetizzabili con «Il fascismo non era una vera dittatura fino all’alleanza con Hitler». Peccato che il fascismo non abbia avuto niente a che fare con la tradizione liberale dello Stato di diritto sin dalle sue origini con i Fasci di Combattimento del 1919, un movimento modernista militarizzato e fondato sull’uso della violenza come metodo politico contro deputati, giornalisti, lavoratori e sindacalisti oppositori. Mussolini sfruttò poi il clima da guerra civile creato con le squadre d’azione delle camicie nere per creare il Partito Nazionale Fascista nel 1922 e ricattare lo Stato liberale, promettendo di mettere a tacere i “Ras” delle squadracce solo salendo al potere. Peccato che le violenze degli apparati paramilitari del “partito milizia” continuarono anche quando Mussolini diventò Presidente del Consiglio, come con l’eclatante omicidio del socialista Giacomo Matteotti nel 1924, dopo la sua denuncia della corruttela del nascente regime. A seguire furono le leggi fascistissime del 1925-1926, che annullarono tutte le libertà fondamentali e avviarono un processo di trasformazione totalitaria e ultranazionalista dello Stato. È in questo solco metodologico ed ideologico che nel 1938 furono promulgate le leggi razziali: l’adesione all’antisemitismo nazionalsocialista non fu una semplice tattica di alleanza, ma fu il naturale risultato di un regime già incline al razzismo e alla repulsione dei diritti umani. A tal proposito si pensi alla Guerra di Etiopia del 1935-1936, in cui i crimini di guerra furono numerosi, come l’impiego di armi chimiche come l’iprite contro la popolazione civile: alla faccia del luogo comune «Italiani brava gente».

E soprattutto nella Giornata della Memoria, è essenziale non dimenticare le nefandezze del regime fascista.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

5 Commenti
  1. Lucia dice

    Mia nonna classe 1919 vivente, quando legge simili articoli contro il fascismo ride per non piangere, per tutte le cazzate che scrivete.

    1. Yole dice

      Menti

  2. Yole dice

    A quasi 100 anni
    Tua nonna deve essere molto brava a capire….
    Conosco delle sue coetanee…
    Dicono che nenti

    1. Lucia dice

      Veramente io non mento sei tu che scrivi cazzate come questo idiota decerebrato che ha scritto l’articolo. Mia nonna è classe 1919 nata a settembre, rammenta che tutti erano fascisti per poi fare i voltagabbana a guerra persa e che in Italia si costruivano intere città, mentre oggi va a scatafascio tutto. Quindi falla finita!

  3. Valentina Ferrario dice

    Buongiorno Lucia,

    detto che ogni opinione in questo sito merita attenzione, è altresì vero che tale opinione risulta decisamente più legittimata laddove non offenda quella di altri. In merito alle idee sue e di sua nonna non abbiamo alcuna remora a pubblicarle ma credo che queste Vostre convinzioni in merito al fascismo debbano essere espresse in qualche spazio in più rispetto ad un semplice commento affinchè possano dare prova della loro credibilità, esattamente come ha fatto il bravo Filippo Villani, che ben conosco e che è un ragazzo sempre molto attento a scrivere le proprie opinioni dopo essersi informato su testi e articoli della Costituzione peraltro ben citati e provati nell’articolo suddetto.
    Quando vorrà mandare il proprio scritto che darà una testimonianza più certa di quello che Lei asserisce con tanta veemenza non avrò alcun problema a pubblicarlo.
    Al di là di demeriti o presunti meriti del fascismo, credo sia BUONA EDUCAZIONE non insultare chi non si conosce: dare dell’ “idiota decerebrato” a chi ha scritto l’articolo, solo perchè non scrive quello che lei ritiene si debba scrivere, è come dimostrare che l’INTOLLERANZA FASCISTA non è un’opinione. E sono certa che lei non vuole passare da intollerante, vero?
    Buona giornata. 🙂

    Valentina Ferrario, Il direttore

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.