La Giornata della Memoria, baluardo contro l’onda nazifascista di ritorno

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Non iniziò con le camere a gas. Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. Iniziò con l’intolleranza e i discorsi d’odio. E quando la gente smise di preoccuparsene, divenne insensibile, obbediente e cieca. Questo concetto, che dovrebbe essere abbastanza semplice e di rapida assimilazione, deve essere invece, alla riprova dei fatti, ripetuto continuamente: perché «Se capire è impossibile, conoscere è necessario». Da qui, la Giornata della Memoria.

Primo Levi

La citazione, come sappiano, è una delle più famose di Primo Levi, che è una testimonianza d’elezione, nella Giornata della Memoria, per molti motivi. A partire da quello meno importante, per una volta, per l’assoluto valore letterario, a finire con quello fondamentale: perché Levi è stato un sopravvissuto, un salvato a differenza dei “sommersi” di uno dei suoi lavori, e nella fattispecie un sopravvissuto di Auschwitz, quel luogo al centro del Cuore di Tenebra dell’essere umano la cui liberazione da parte delle truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania avvenne il 27 gennaio del 1945.

 

Mai come oggi, purtroppo, la scelta del nome, “Giornata della memoria”, oltre che della data si connota come precisa, perfetta: oggi che assistiamo al ritorno di marea di movimenti organizzati che, in spregio e offesa della memoria, delle Costituzioni nazionali ed europee, nonché dei milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale. I nazifascismi, con tutto il loro carico di volontà di disuguaglianza e violenza istituzionalizzata, non ritornano in massa, ufficialmente, apertamente: ma, in ossequio al principio della rana bollita di Chomsky, operano su mille piccoli fronti. Una rana gettata nell’acqua bollente cerca di uscire immediatamente. Messa nell’acqua fredda sotto la quale è stato acceso un leggero fuoco, accetta il graduale innalzamento della temperatura, fino a ritrovarsi bollita senza accorgersene.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Questo, invece, è un brano di Martin Niemöller, spesso attribuito a Brecht che comunque lo riprese: il tema è quello dell’inerzia degli intellettuali tedeschi, che favorì l’ascesa al potere di Hitler. Basta guardarsi attorno con volontà di vedere per accorgersi che oggi il rischio è lo stesso: oggi, che abbiamo la massima possibilità di informazione e conoscenza dei fatti storici, ed osserviamo invece impotenti ai rigurgiti negazionisti, o alle ancor peggiori sottovalutazioni dei numeri.

Qual è il segno distintivo dei nostri tempi, rispetto ai campi di concentramento, all’Olocausto, all’oppressione di qualsiasi diversità e libertà di pensiero? Probabilmente la sottovalutazione, ancora più offensiva del negazionismo totale: non furono sei milioni, ma solo un milione gli ebrei uccisi nei campi, o anche meno. Specchio di una morale plastificata ormai invalsa, dove non si sa più fare quello che è eticamente giusto, ma si vuole confonderlo con quello che ci conviene, anche se quello che ci conviene fosse soltanto un pugno di like in più su un social network.

Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato.

Auschwitz

Così Elie Wiesel, quasi una dichiarazione programmatica, una motivazione per l’istituzione della Giornata della Memoria. Applicabile ai nazifascismi, ma anche ad altre forme di oppressione, dal bullismo alla mafia, l’aforisma ci ricorda che la Storia è una grande maestra ma che non ha allievi, come diceva Gramsci. Quindi è proprio a distanza di 73 anni dalla liberazione della vergogna di Auschwitz è più che mai necessario avere memoria, e cercare di imparare per una volta, una buona volta, la lezione che la Storia ci cerca di insegnare da decenni, da secoli.

È proprio ora che serve di più avere memoria, ascoltare le testimonianze di ciò che è stato, combattere i negazionismi e gli oscurantismi, sbugiardare le minimizzazioni e le sottovalutazioni. Anche rivendichiamo il diritto a non tollerare gli intolleranti, smascherare coloro i quali hanno tutto l’interesse a far credere che i regimi dittatoriali sono categorie concettuali obsolete. Occorre onorare e difender la Giornata della memoria, oltre che la memoria.

Il pericolo è sottile, i sintomi si manifestano nei modi più impensabili: nel proliferare incontrollato del fenomeno sociologico delle “Giornate internazionali”. Il consumismo, culturale e non, ne ha create tante, troppo. Dalla Giornata internazionale del gatto nero, a quella della Filatelia, da quella della Pizza Margherita a quella della castagna caramellata, è tutto un proliferare di celebrazioni che rivendicano pari dignità e finiscono per creare uno schermo di vacuità, a confondere divertimento e memoria storica: un interminabile sequela di chiacchiericcio costante ci cattura e porta via la Storia. Il tentativo è, non solo ma anche, di stemperare l’importanza di questa invece fondamentale Giornata della Memoria.

Liliana Segre

La Memoria, quindi: anche se Edgar Allan Poe ammoniva «non credete a nulla di quanto sentite dire, e non credete che alla metà di ciò che vedete», questo non vale per il racconto dei testimoni degli orrori dell’Olocausto, del nazifascismo, ché per sua fortuna non aveva potuto vedere. Oggi più che mai, invece, sono preziosi i racconti di coloro che vissero e scrissero, facendo arte del loro cuore e delle loro vite spezzate; inestimabili quelli che ancor oggi possono raccontare, fuori dalle assurde esaltazioni di chi avrebbe “fatto anche cose buone” come contraltare della vergogna delle leggi razziali e dell’aver mandato a morire nelle steppe russe centinaia di migliaia di giovani, come poterono sopravvivere per oltre 1000 chilometri a piedi, a 45 gradi sotto zero ed avendo un tavola di legno come cibo.

Quindi sì, bisogna stare attenti a ciò che si ascolta: ma proprio per questo bisogna tenere in massimo grado il valore di questi racconti di dramma e memoria. Non è certo un caso che proprio in questi giorni, il Presidente della Repubblica abbia nominato Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento: perché c’è chi vuole fortissimamente dimenticare, insabbiare, negare, perché tutto ricominci daccapo.

Perché non abbiamo ancora capito, assolutamente, il concetto di base:

Il nostro più elementare legame è che tutti noi abitiamo questo piccolo pianeta. Respiriamo la stessa aria. Ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali.

John Fitzgerald Kennedy

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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