I Grandi Classici – “Se questo è un uomo”, la persistenza del male, oggi (ma non della memoria)

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Durante le scuole medie, ebbi la fortuna per due anni su tre di avere come “libro di lettura” delle opere che sono rimaste impresse profondamente nel mio animo, per motivi enormemente diversi ovviamente: L’Anello di Re Salomone di Konrad Lorenz e Se Questo è un Uomo di Primo Levi. Entrambi mi accompagnano ancora oggi che son passati anni e dolori, quasi 40 i primi ed infiniti i secondi, e pertanto mi ritengo un privilegiato, giacché mi pare che questa abitudine del libro di lettura sia ormai scomparsa, magari soppiantata dagli stessi geni che hanno elaborato le Prove Invalsi.

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Se questo è un uomo, è cosa nota (per ora), è l’opera più nota di Primo Levi ed è la meditata testimonianza di quanto vissuto nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi sopravvisse infatti alla deportazione nel campo di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz: il libro parte dalla cattura di Levi, all’epoca arruolato tra i partigiani, e giunge fino alla liberazione del campo. Nel mezzo, tutte le azioni dei volonterosi carnefici di Hitler, tutte le torture, le umiliazioni, le follie, le assurdità di un sistema finalizzato ad uno scopo ben preciso.

Che non è la morte di milioni e milioni di individui, e nemmeno l’estinzione della razza ebraica.

…e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.

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Primo Levi non era uno scrittore. Non nelle sue intenzioni originarie, almeno: quando entrò nella macchina della deportazione/detenzione in Lager aveva 24 anni, ed era un chimico; giovane colto e brillante, non poteva immaginare cosa sarebbe stato costretto a vivere, e se anche nel profondo del suo animo vi fossero state velleità letterarie, non sarebbero certo iniziate con la cronaca dei mesi passati in un campo di sterminio.

O per meglio dire, di annientamento.

Trattare di quel che descrive Levi – fame, morte, freddo, ferite, forni, umiliazioni, nudità – è pleonastico: tutti abbiamo letto e visto film, e adesso giunge finalmente anche una legge che considera criminale il negazionismo, punibile fino a sei anni di carcere; parlare dello stile letterario parrebbe persino stolto, perché Levi era un giovane chimico prigioniero in una struttura volta ad annientarlo, ed opera una cronaca nei tempi e nei modi che sente e che può.

La cosa importante è sottolineare che siamo ancora esattamente allo stesso punto; e che la cosa veramente agghiacciante, dopo più riletture di Se questo è un uomo, e della Tregua, e de I sommersi e i salvati, e di altri libri e film e documentari, I volonterosi carnefici di Hitler e Peggio della Guerra (Daniel J. Goldhagen) è che ci rendiamo conto che la morte è ben poca cosa, rispetto all’annientamento dell’individuo.

All’interno di Se questo è un uomo c’è un capitolo, centrale, che si intitola I sommersi e i salvati, esattamente come il libro che poi Levi pubblicherà nel 1986, un anno prima del suicidio: oggi, dopo anni e riletture (gli anni sono importanti), quel capitolo mi pare il punto nodale dell’intera vicenda. No, non della vicenda di Se questo è un uomo: della vicenda che riguarda il desiderio intrinseco, degli hitleriani nella fattispecie ma non solo – tutt’altro – dell’annientamento dell’individuo come persona e personalità. Nelle prima pagine di Se questo è un uomo Levi già lo sottolinea: il mondo del Lager è una realtà dove l’individuo viene privato di tutto ciò che lo rende unico, nome, vestiti, familiari, capelli, ricordi – e questo è solo il punto di partenza, per arrivare alla citazione dell’incipit di questo articolo, tratta appunto dal capitolo in questione, I sommersi e i salvati.

Se questo è un uomoUn ottimo libro composito edito da Einaudi, Inefficienza Economica Organizzata, raccoglie saggi di due autori, H. Bente e H. I. Bucharin, e illustra come nella Germania di Weimar la macchina economica potesse funzionare solo basandosi sulla inefficienza programmata, purché burocratizzata. I lager sono una delle conseguenze di questo modo di pensare, e al di là dell’agghiacciante aneddotica spicciola, Se questo è un uomo dimostra come in fondo dall’economia di Weimar al Terzo Reich lo scopo finale non fosse altro che un gigantesco esperimento sociale che prima o poi sarebbe andato a regime.

Leggi assurde nella loro enunciazione, tassazione abnorme e continua, abbassamento continuo del reddito e quindi della capacità di acquisto, depauperazione della scuola e della cultura, massificazione del sempre più esiguo tempo libero, concorrenzialità tra le classi più disagiate, movimenti di masse incontrollate, fomentazione della xenofobia, sviluppo esponenziale-tumorale delle leggi, totale incertezza del diritto, incertezza del lavoro, incertezza del futuro progressiva erosione del diritto di voto, di sciopero, di opinione, erosione continua della classe media ed aumento della povertà assoluta, libertà totale di abuso della classe politica dominante che assume progressivamente gli inattaccabili contorni di un clero: ricorda qualcosa, tutto questo? Si ritrova tutto in Se questo è un uomo e nella descrizione della vita quotidiana del Lager, si ritrova tutto nella nostra vita quotidiana.

Va letto anche La libertà di uccidere – studio socio-psicologico sulla criminalità della SS di Henry V. Dicks, che aggiunge la carta della Famiglia al quadro: la famiglia che è diventata (ma in buona parte lo è sempre stata) il primo luogo della disgregazione e dell’annientamento della personalità; lo è per noi (en passant, riguardatevi L’attimo fuggente), coi nostri femminicidi, e con le violenze sui bambini; lo era per le SS, come luogo di partenza per l’impulso alla persecuzione e al genocidio.

image003 (1)Se questo è un uomo va riletto, ancora e ancora: perché la storia è una maestra senza allievi, perché siam ancora qua con marce e svastiche, con divise verdi, nere o rosse, perché costruiamo muri, perché un mio amico (ex, ora) di Facebook sostiene che dovremmo riaprire San Sabba e usare i migranti come combustibile. Ma senza grosse speranze: la guerra ha caratterizzato la Storia dell’uomo, e 1000 lustri di combattimenti in cui abbiamo mandato a morire la Meglio Gioventù han fatto sì che il nostro patrimonio genetico sia merce di scarto.

Anche questo si ritrova in Se questo è un uomo, nello stesso capitolo I sommersi e i salvati: ci si salva, nel Lager, si salvano i Prominenten, i Funzionari del Campo (tra i prigionieri), dal direttore-Haftling ai Kapos fino all’ultimo sovrintendente alle latrine. Chiunque abbia un briciolo di potere, sulla scorta del principio per cui chi lo detiene

…sarà crudele e tirannico, perché capirà che se non lo fosse abbastanza un altro, giudicato più idoneo, subentrerebbe al suo posto. Inoltre… la sua capacità di odio, rimasta inappagata nella direzione degli oppressori, si riverserà, irragionevolmente, sugli oppressi: ed egli si troverà soddisfatto quando avrà scaricato sui suoi sottoposti l’offesa ricevuta dell’alto.

Considerate se questo è un uomo: la risposta può essere sì, ma solo se ammettiamo che ormai è appurato che non hic et nunc Homo Homini Lupus, ma in saecula saeculorum.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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