Marc Chagall e la sua “Crocifissione”: il sacrificio dell’ebreo giusto

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Crocifissione Bianca (1938)

Riflettevo su quale pittore secondo me avesse rappresentato al meglio il dramma della Shoah, quale artista avesse raccontato in maniera più significativa e reale la discriminazione religiosa, la persecuzione e il dolore che una guerra porta con sé. La risposta a questi miei interrogativi è sempre la stessa: Marc Chagall. Dico sempre, perché ne avevo già parlato qui, quando avevo ragionato sulla libertà nell’arte e non avevo potuto non pensare a lui come simbolo della libertà di religione calpestata. Religione che oggi ricordiamo essere stata 70 anni fa denigrata e osteggiata in maniera brutale.

Chagall infatti nacque il 7 luglio 1887 a Vicebsk, allora Impero russo oggi Bielorussia, da una famiglia ebraica e fin dalla sua prima infanzia visse costantemente emarginato per il suo credo religioso. Lasciò la sua madrepatria per l’Europa e poi per l’America in una costante fuga da chi non accettava gli ebrei.

L’artista uscì fortemente provato dalla Seconda Guerra Mondiale e questa sua sofferenza si tradusse in pennellate terribilmente evocative e dolorose, molto personali e reali. Chagall rese ancora più palpabile il supplizio collettivo che si abbatté su tutta l’Europa non solo sugli ebrei, ma su qualunque persona, inserendo nei suoi quadri anche simboli della religione cristiana, in particolare il crocefisso. Oltre alla celeberrima Crocifissione Bianca, Chagall ne dipinse un’altra ispirata al Cristo Giallo di Gauguin: Crocifissione in Giallo trasmette il senso di disperazione dominante che si parò davanti agli occhi dell’artista durante il conflitto mondiale. Ai piedi del Cristo vediamo persone che scappano e urlano in una composizione quasi confusionaria che racconta i momenti concitati di fuga, urla, pianti, massacri e sacrifici.

Marcello Massenzio, professore di Storia delle religioni all’Università Tor Vergata di Roma, intervistato da Lettera43, ha così spiegato la scelta simbolica di Chagall:

Il Cristo è per Chagall un elemento in cui si identifica in quanto martire ebraico, e che fa entrare in modo prepotente in quella tradizione. Nella Crocifissione bianca, oggi all’Art Institute di Chicago,  il quadro forse più importante di questo genere, Cristo è la sintesi di tutte le persecuzioni subite dal suo popolo a partire dai pogrom del primo Novecento all’incendio della sinagoga di Monaco nel 1938 fino alla tragedia della Shoah. Per Chagall Cristo non è il risorto, ma il giusto ebreo che muore perseguitato. E la sua ebraicità è rappresentata anche dal tallit, lo scialle di preghiera ebraico che ricopre la nudità di Gesù. Il pittore si percepisce come una sorta di doppio del Cristo, sofferente e solitario: «Come il Cristo, io sono crocifisso, fissato con dei chiodi al cavalletto» scriveva alla moglie Bella.

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Crocifissione in Giallo (1938-42)

Per Chagall quindi il Cristo è l’ebreo giusto ucciso ingiustamente, è l’ebreo tra gli ebrei sacrificato. Ma non c’è speranza di resurrezione: per il pittore l’unica fonte di salvezza è racchiusa nella Torah, che Gesù nella Crocifissione Gialla tiene in mano, e sa che il suo Dio è pronto a mettere a dura prova il Popolo Eletto ciclicamente, che però sempre troverà il modo per salvarsi. Saper superare le difficoltà significa rafforzare la propria fede in quel Dio il cui nome non si può pronunciare. Questa è la speranza del popolo ebraico.

Marc Chagall diede una propria visione di Gesù in netto contrasto con la critica ebraica, che non fu entusiasta di questa interpretazione personale del ruolo del Messia cristiano. Egli andò contro le leggi dogmatiche delle due religioni, in netto contrasto per secoli, trovando un forte punto di incontro tra le due: Gesù dopotutto era ebreo. Chagall così parlò in merito agli Ebrei più osservanti che non vedevano di buon occhio la sua poco ortodossa visione del Figlio di Dio per i Cristiani:

Non hanno mai capito chi era veramente questo Gesù. Uno dei nostri rabbini più amorevoli che soccorreva sempre i bisognosi e i perseguitati. Gli hanno attribuito troppe insegne da sovrano. È stato considerato un predicatore dalle regole forti. Per me è l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi.

Parole forti che rimettono in discussione questa continua lotta tra due credi che hanno radici comuni molto solide.

Ma ciò che Chagall ci vuole raccontare non è solo il dolore del popolo ebraico, è anche la disperazione dell’umanità tutta che esce a pezzi, smembrata, impoverita e disorientata dalla violenza e dalla massima espressione dell’odio umano. E la devastazione non ha religione: tutti sono vittime.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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