Maria Grazia Chiuri: la prima donna Dior in una dinastia di soli principi

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Maria Grazia Chiuri, con i suoi capelli platinati e gli occhi cerchiati di eyeliner nero, è qui per reinventare Dior. Una casa di moda che ha venduto stile e fascino femminile fin dal 1947, ma che non ha mai avuto una donna in carico.

Maria Grazia Chiuri

Fino ad oggi.

Ha debuttato al Musèe Rodin il settembre 2016, portando in passerella una T-shirt diventata ormai iconica, con scritto a chiare lettere su cotone e lino bianco: We should all be feminists. Dovremmo essere tutti femministi; titolo del saggio di  Chimamanda Ngozi Adichie. Ma anche sua dichiarazione di intenti, nonostante confidi a The Guardian che «Non sono interessata ai vecchi stereotipi quando si parla di femminismo, di come una femminista dovrebbe essere o sembrare. Non penso che ci sia un solo modo per essere femminista».
Non è interessata alle facili etichette, Maria Grazia Chiuri. Ma pesa le parole, riflettendo sul loro significato più profondo invece che su quello più piatto e privo di colore. Più sul concetto di femminilità che su quello di femminismo; che, nella sua visione, si accavallano e coincidono.

Racconta in un’intervista a The Guardian:

Dior è femminile. È quello che mi sono sentita dire da tutti quando gli comunicavo che avrei iniziato a lavorare qui. Ma, da donna, “femminile” significa qualcosa di diverso per me rispetto al significato che può avere per un uomo. Femminile riguarda l’essere una donna, no? Allora mi sono detta: se Dior riguarda la femminilità, allora riguarda le donne. E non cosa significava essere donna cinquantanni fa, ma cosa significa essere donna oggi.
Quando sei una donna che crea vestiti per altre donne, allora la moda non riguarda più solo come appari quando indossi le mie creazioni. Ma come ti senti e come pensi.

Se il nuovo creative director di Dior si presenta come una sorta di ufficiale rappresentante della femminilità moderna, allora la sua nomina a numero uno della maison dopo decenni di mansplaining è un momento femminista che va oltre la sola scritta su una T-Shirt. E’ un successo doppio, per una donna che è riuscita non solo a costruirsi una grande carriera nella moda, ma anche a crescere due bambini, oggi ormai grandi. Senza dover per forza scendere a compromessi. Dopo aver lavorato a Roma prima per Fendi e poi per Valentino – dove è stata centrale per la creazione di due tra i loro accessori più iconici, la borsa Baguette per Fendi e le scarpe e accessori di pelletteria Rockstud per Valentino – a 53 anni si è detta pronta ad accettare una nuova sfida.

Per ogni donna che lavora e ha una famiglia non è per nulla facile. Torni a casa dal lavoro e poi hai bisogno di più energia da dedicare alla tua famiglia. Hai bisogno di moltissima energia per arrivare a fine giornata.

Ma soprattutto di un cuore grande e di altrettanto coraggio.

Siamo una famiglia italiana molto tradizionale, mangiamo insieme ogni sera intorno al tavolo. Per cui l’idea di separarci era davvero strano. Ma quando ho ricevuto la chiamata da Dior ho pensato che, in questo momento della mia vita, potevo farlo. Magari in passato non sarebbe stato possibile, ma adesso sento che posso farlo.

E dal momento in cui ha accettato l’offerta di Dior Maria Grazia Chiuri non ha mai smesso di interrogarsi sulle donne, sulla loro complessità e sugli stereotipi che le hanno sempre volute un passo indietro a tutto. Lo ha fatto con la sua ultima collezione, nata dalla lettura delle riflessioni contenute nel libretto/manifesto di Linda Nochlin del ’71, che chiede :”Perché non ci sono state grandi artiste donne?”. Già perché? Maria Grazia Chiuri lo scrive anche nella t-shirt che, c’è da scommettere, diventerà di culto come quella della scorsa stagione We should all be feminists.

«Una Leonardo da Vinci non è mai esistita soltanto perché alle donne non era permesso anche solo frequentare le scuole d’arte», dice. E scoprire in archivio fra le immagini di Marc Bohan, – il couturier che venne dopo Yves Saint Laurent da Dior- , quelle di una modella straordinaria come Niki de Saint Phalle, artista e unica donna del Noveau Realisme, l’ha coinvolta a tal punto da ispirarla. Ogni capo della collezione racconta chi era questa straordinaria artista, bella e androgina, minuta e forte, ironica e personale; e lo fa attraverso i colori delle sue Nanas, le figure femminili Giganti che l’hanno resa famosa, i cuori, i fiori, i draghi della sua folle installazione il Giardino dei Tarocchi. È la creatività femminile al centro di questa collezione. Non solo la sua, ma quella di migliaia di donne che non hanno avuto lo stesso riconoscimento dei loro colleghi uomini. Come Niki de Saint Phalle, pittrice, scultrice, regista e realizzatrice di plastici. Come Artemisia Gentileschi che, a causa del suo sesso, dovette fronteggiare un numero impressionabile di ostacoli ed impedimenti. Come Else Lasker-Schuler, la vera artista dietro la Fontana di Duchamp. Un modo per parlare del presente attraverso l’arte. Di un anno, il 2017, che ha visto la rinascita del movimento femminista; più forte che mai (nonostante qualche scivolone e strumentalizzazione mediatica). E un obiettivo: far sì che la moda non siano solo abiti, ma molto di più. La rappresentazione di un’epoca e la risposta ai grandi quesiti della contemporaneità.

In molti credono che le credenze delle persone siano politiche e, di conseguenze, si preferisce non parlarne. Ma, al contrario, io penso che se hai un punto di vista allora anche tu sei politico, da un certo punto di vista; e oggi tutto è politica.

Perché non ci sono mai state grandi artisti donne?
Le risposte sono tante e la questione delicata. Ma partiamo da qui: ora una l’abbiamo trovata.

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

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