Christian Dior, l’uomo dei sogni

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«I miei ricordi più belli io devo ancora viverli, il mio passato è ancora molto giovane»: così scriveva Christian Dior (Granville, 21 gennaio 1905 – Montecatini Terme, 24 ottobre 1957) nel 1956, nel dare alle stampe la sua autobiografia Christian Dior & moi. Quasi un anno dopo, però, Dior moriva all’improvviso, e quelle pagine rimasero come le pagine di tutta la sua vita. Fogli bianchi fitti di parole, una ragnatela con cui sperava di afferrare tra le mani la soluzione a quel bisogno che lo aveva attanagliato da sempre: fare pace tra il Christian Dior pubblico e quello privato. Tra il sarto schivo e pignolo, nato nella brumosa Normandia e trapiantato presto a Parigi, e il suo alter ego pubblico.

Sento che questa mia controfigura pubblica, il Christian Dior brillante e mondano, mi è servito e mi serve. Perché è lui che tiene in piedi tutta l’impalcatura, è lui che, anche con i suoi eccessi, fa vibrare le antenne del gusto. E finché ci sarà li a proteggermi con la sua ombra, io potrò riservare a me stesso, Christian, la parte migliore. Quella che, dall’idea all’abito, è la mia ragione di vita: il mio lavoro. E così, a quasi dieci anni dalla nascita della mia casa di moda, io, per la prima volta, accetto di identificarmi con questo fratello, quest’altro me stesso che è il frutto della celebrità e che non mi somiglia.

113 anni fa nasceva a Grenville, nel dipartimento della Manica, il primo Christian Dior. Figlio di Alexandre-Louis-Maurice Dior, industriale, e da Madeleine Martin, casalinga. Mezzo normanno e mezzo parigino, ama le serate intime con gli amici, detesta il chiasso e il trambusto della mondanità e tutti i cambiamenti troppo bruschi lo stravolgono. Timido e schivo, trova nella collaborazione con il sarto Lelong la tranquillità che gli permette di non prendere scelte, evitare rischi e prese di posizione. L’8 ottobre 1946, grazie all’aiuto finanziario di Marcel Boussac e la profezia di una chiromante normanna, nasce il suo gemello. Di 41 anni più grande, il secondo Christian Dior è l’identica fotocopia del primo se non fosse che «lui è il grande sarto, è la palazzina di Avenue Montaigne, con tutto il complesso di edifici che lo attornia, è la quantità inverosimile di persone, abiti, calze, profumi, brochure, pubblicitarie, foto su riviste patinate. È anche, di tanto in tanto, l’uomo che scatena piccole rivoluzioni senza spargimento di sangue – ma con grande spargimento di inchiostro – i cui contraccolpi si fanno sentire fino agli antipodi».

Christian Dior è una chimera, un Giano bifronte della moda. Un creatore di sogni brillante, visionario e puntiglioso. E anche un genio fragile, così simile in questo al suo primo successore, Yves Saint Laurent. Dior è figlio di due parti distinti – lunghi e tremendamente sfiancanti. Così come la donna che ha creato, che è sogno e carne, perfezione e realtà. Incubo della guerra e desiderio di ricominciare.

Quando pensai la mia collezione, eravamo appena usciti da un periodo di restrizioni. Vivevamo all’insegna della parsimonia, con la paura dei razionamenti e delle tessere annonarie. Il mio sogno nasceva quindi da una reazione a quell’atmosfera di indigenza.

E così sboccia il New Look, dal cemento bombardato delle strade, dalla realtà e da un solo desiderio: amare le donne. «Uscivamo da un’epoca di guerra», continua Dior, «di uniformi, di donne-soldato con spalle da scaricatore. Io disegnai una donna-fiore: morbide le spalle, il busto florido, la vita sottile come una liana, la gonna larga come una corolla». E il caso, – o forse la sua straordinaria empatia -, volle che la sua sensibilità si incontrasse con la sensibilità generale, assumendo così la forza di un grido di battaglia. Le sue gonne a corolla e la vita affusolata rispondevano a un’esigenza che era nell’aria: il desiderio di ritornare alla seduzione e di riscoprire la bellezza, dopo le brutture della guerra. Ritornare a sognare, anche solo per un po’.

La sua abilità nell’uso della stoffa, la sua percezione dello stile come un insieme di elementi non separati tra loro ma di un tutt’uno di abiti, accessori e gioielli e la sua grande rivoluzione – assottigliare la vita e cambiare il taglio delle spalline femminili – lo portano al successo, in alto, nell’olimpo della moda.

E il successo porta clamore e popolarità, tutte cose contrarie alla mia natura. Eppure, sarei ipocrita se negassi la felicità provata nel sentire il brusio di ammirazione e gli applausi entusiasti che avevano accolto le mie creazioni. Quello che non mi piaceva era l’ondata di curiosità che mi investiva quando mi capitava di essere riconosciuto. Avrei voluto che consenso e ammirazione andassero soltanto ai miei abiti e a tutto il lavoro paziente e sapiente di chi li aveva realizzati. […] Il successo era un veleno troppo nuovo per me. 

Ma un veleno a cui non permise di schiacciare la sua creatività: a lui si deve l’invenzione della linea e della forma H, che uniformava il seno alla linea del corpo, e della geometria ad A, dalle gonne ampie e le spalle strette e della linea obliqua. A lui si deve anche la linea a tulipano che valorizzava il seno, nel 1953. A lui si deve gran parte dell’immagine femminile di oggi, quella che vuole le donne forti in quanto tali; in quanto seduttrici, capaci, ambiziose. Ma soprattutto è anche grazie a Christian Dior che le donne di tutto il mondo tornarono ad amarsi un po’ di più, dopo i sacrifici della guerra. A vedersi speciali, quasi come un sogno di metri e metri di stoffa sapientemente modellati. Perché, «ad ogni donna veniva di nuovo concesso di immaginarsi come una principessa da favola».

Grazie Christian Dior, per averci regalato questo sogno. Tu che volevi essere un mercante di felicità. Che desideravi rendere le donne non solo più belle ma anche più felici
Grazie Christian, nato a Grenville il 21 gennaio 1905.
Grazie Christian, nato a Parigi l’8 ottobre 1946.

Fra l’immagine che avrei dovuto dare e quella che ero c’era una distanza incolmabile. Con mio grande sollievo, mi rassegnai a essere solamente quello che sono. E a quell’uomo, con gli anni, ho finito per abituarmi.

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

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