David Lynch, il regista sempre in equilibrio tra realtà e incubo

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Filmmaker. Born Missoula, MT. Eagle Scout. È con queste parole pubblicate sul suo profilo Twitter che David Lynch si presenta a chiunque non lo conoscesse.

David Lynch
Una delle opere realizzate da Lynch nel suo studio

Il Regista dell’Inconscio (Missoula, 20 gennaio 1946) già da bambino sogna – che caso! – di diventare psichiatra. È durante la giovinezza che viene promosso proprio a Eagle Scout, il più alto grado dello scoutismo americano: un traguardo di cui continua a vantarsi anche adesso che è adulto, con alle spalle due Palme e un Leone d’Oro e la nomina di Cavaliere della Legion d’Onore.

Grazie all’amico Toby Keeler, figlio di un pittore, l’ancora adolescente David realizza di voler vivere d’arte. Lascia la scuola e si iscrive alla SMFA di Boston, eppure l’ambiente circonstante non lo stimola troppo. Quindi fa le valige e parte verso Salisburgo, dove vuole restare tre anni per frequentare i corsi di pittura di Kokoschka.

Ma tempo due settimane ritorna negli USA, frequenta l’Accademia di Filadelfia. L’interesse per la pittura inizia a vacillare, sostituito da quel nuovo oggetto del desiderio che è la macchina da presa. Nel 1966 realizza il suo primo cortometraggio, Six Figures Getting Sick, con cui vince il concorso cinematografico promosso dallo stesso istituto.

Successivamente l’American Film Institute premia Lynch di due sovvenzioni, grazie alle quali realizza il mediometraggio The Grandmother e il suo primo lungometraggio, EraserheadCi vogliono sei anni affinché la pellicola sia pronta: il budget iniziale termina in un anno e la produzione va in stallo per lunghi periodi. Ma David Lynch non si arrende nemmeno quando perde casa ed è costretto a dormire sul set: grazie all’aiuto dei parenti e con i soldi racimolati lavorando saltuariamente, il disturbante Eraserhead vede finalmente la luce nel 1977. La critica saluta David come regista d’avanguardia e George Lucas gli propone subito di dirigere Il ritorno dello Jedi, però senza convincerlo. Eraserhead sancisce il sodalizio tra Lynch e i collaboratori che lo hanno accompagnato nell’impresa: squadra che vince non si cambia.

Una locandina per The Elephant Man. Il film narra la vera storia di Joseph Merrick, interpretato da un irriconoscibile e sensazionale John Hurt

In quegli stessi anni la vita di David è segnata dal divorzio dalla prima moglie Peggy Lentz e dalla scoperta della Meditazione Trascendentale. Dal 1975 ne pratica le tecniche una ventina di minuti al giorno tutti i giorni; nel 2005 ha persino istituito una fondazione e avviato un progetto di sperimentazione in due scuole catanesi.

Ad essere onesti, non tutti i lavori di Lynch ricevono una calorosa accoglienza dai critici. Ma non è affatto questo il caso di The Elephant Man, che nel 1981 lo onora della sua prima nomination agli Oscar. Il film, punta diamante della sua carriera, è stato realizzato grazie al patrocinio di Mel Brooks.

La seconda candidatura all’Oscar arriva nel 1987, per merito di Velluto Blu: la pellicola segna la seconda collaborazione di Lynch conil produttore italiano Dino De Laurentiis, un tenebroso riscatto dopo il fallimentare Dune. David lavora sul set con la sua musa Laura Dern e Isabella Rosellini; reduce dal secondo matrimonio, si lega sentimentalmente a quest’ultima tra il 1986 e il 1991.

Negli anni ’90 il nome di David Lynch viene consacrato presso il grande pubblico: la serie tv Twin Peaks riscuote un successo immediato e regala al regista la copertinja del TIME. Tuttavia Lynch abbandona il progetto per via di divergenze con la produzione e decide di portare al ciunema uno spin-off su Laura Palmer: Fuoco cammina con me è il più grande fiasco della filmografia lynchiana. Ad ogni modo la serie, cancellata nel 1991, ha fatto il suo grande ritorno con nuovi episodi lo scorso anno.

Lynch e Isabella Rosellini al Festival di Cannes nel 1990

Filmmaker sì, ma non solo: anche sceneggiatore, musicista, attore, fotografo e soprattutto pittore. Le numerose idee a cui Lynch ha dato vita in tutti questi anni si sono intrecciate in una fitta trama di motivi, immagini, personaggi e tecniche. Tutto concorre a creare quell’immaginario oscuro, claustrofobico e angosciante che rende il suo lavoro unico e immediatamente riconoscibile.

Così negli anni duemila David Lynch si destreggia tra altri due film di successo come Mulholland Drive Inland Empire, lavora a molti cortometraggi (tra cui uno spot tv per Dior) e pubblica due dischi, Crazy Clown Time The Big Dream. Sposa la sua quarta moglie e per la quarta volta diventa padre; cura personalmente il suo sito officiale e ogni mattina pubblica un breve video in cui annuncia le previsioni meteo di Los Angeles. Infine ricomincia a dipingere nel suo laboratorio, dove si nasconde agli occhi del mondo: il tempo che trascorre lì dentro ha fornito materiale prezioso alla realizzazione di The Art Life, il documentario presentato alla 73° Mostra del Cinema di Venezia.

Il visionario David Lynch è un equilibrista sempre in bilico sul filo tra il suo mondo e il nostro. E noi stiamo tutti a fissarlo con il fiato sospeso, aspettando un’altra acrobazia.

Anna Maugeri per MIfacciodiCultura

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