At Last Etta James has come along (and my lonely days are over)

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I found a dream, that I could speak to

A dream that I can call my own

I found a thrill to press my cheek to

A thrill that I have never known

Etta James – At Last

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Etta James negli anni ’50

Dire Etta James, nella mente anche di un neofita, di un giovane ragazzo che non sappia nemmeno chi fosse questa leggenda musicale, richiama subito quell’intro famoso, quella nota lunga, quell’At Last così profondo, incantevole e leggero nonostante il suo spessore. Quella sua voce così calda, così adatta tanto al gospel quanto al Blues quanto al Soul, ma così graffiante da avvicinarsi al Rock nello spazio di un vocalizzo, ha sempre sfatato ogni stupido mito sul canto: per essere perfetta, per avvicinarti al paradiso, non c’è bisogno di districarsi in ghirigori e note altissime. Non tutti i soprani sono leggendari, e d’altro canto le banali classificazioni perdono senso davanti a quelle uniche due parole.

At Last.

At last my love has come along

My lonely days are over

And life is like a song

Etta James – At Last

La vita come una canzone: quale metafora migliore quando ci si trova davanti a personaggi del suo calibro? È difficile inquadrare Etta James in un genere, perché in lei c’erano tutti: i ritmi e le note portate dell’Africa e del gospel, le profondità emotive del Soul, quelle note all’apparenza sgraziate e fuori tempo del Jazz intervallate da delicate influenze R’n’B.

Molti dicono che Etta fu quell’anello mancante fra il Blues e il Rock.
Forse, Etta aveva semplicemente una cosa che poche altre avranno, e che nessuna delle sue cover mai potrà raggiungere: l’Anima.

Faceva sembrare tutto così facile: quelle sue note graffiate, quel timbro a tratti dolcissimo e poi così forte e imponente. A sentirla cantare sembra tutto così semplice, naturale. E divertente. Cantare per lei è quella che dovrebbe essere per ogni persona, anche per chi non vuole fare cantare il di professione: una prosecuzione del proprio Spirito. Un momento in cui lasciarsi andare, come in un fantasioso baccanale, e lasciare che la musica diventi un surrogato del respiro.

Non era bellissima, Etta: quei capelli biondi cotonati non si confacevano tanto al suo viso mulatto. Non aveva il corpo perfetto, il vitino da vespa, né lineamenti aristocratici. Ma per lei accade quello che sempre si nota davanti a grandi della musica: nel momento in cui la James cantava, diventava bellissima. Senza se e senza ma. Perché, in quel momento, il corpo era solo lo strumento per un’anima bella, un angelo disceso dal paradiso per darci la vera dimostrazione di come si mischiano Jazz, Blues e Rock’n’Roll in una sola esibizione.

Lei, con la musica, con le sue canzoni, ci faceva l’amore.

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Etta James

Amore che forse da piccola non è mai riuscita a vivere con la stessa serenità con cui si lasciava andare al suo At Last.

Jamesetta Hawkins nacque il 25 gennaio del 1938 in California, nella città degli angeli (sarà stato un caso?). La madre, Dorothy Hawkins, aveva solo 14 anni quando la diede alla luce.

Il padre? Non si seppe mai chi fosse davvero, anche se Etta volle sempre far credere che fosse Rudolf Minnesota Fats Wanderone, campione di biliardo, che incontrò anche nel 1987.

Non visse mai a lungo con la madre, troppo presa con gli uomini: rimase con alcuni parenti, come Sarge o Mama Lu. Si riferì sempre a sua madre come the Mistery Lady, la donna del mistero.

Nessuna figura genitoriale per Jamesetta.

Già a cinque anni le vengono impartite le prime lezioni di canto da James Earle Hines, il direttore del Coro della Chiesa battista di San Paolo. Sarge cercò di farsi pagare per le dote canore della figlioccia, ma non ci riuscì. La bambina era già una leggenda: durante il poker, era capace di svegliare Etta nella notte per farla cantare per i suoi ospiti e compagni di gioco. Ma lei era ancora una bambina, e spesso bagnava il letto, e purtroppo spesso si ritrovava bagnata di urina: da allora, è sempre stata alquanto riluttante a cantare a comando.

Nel 1950, Mama Lu muore, e la vera mamma della cantante la porta a San Francisco. È qui che conosce, in un paio di anni, Johnny Otis (che morirà solo pochi giorno dopo di lei), e inizia con il suo primo gruppo di doo-wop, le Creolettes.

A 14 anni, diventa Etta James.

Nel 1961, diventa la cantante di At Last: mai, forse, la sua carriera raggiungerà un punto così alto.

Dal 1960 al 1978 sono gli anni della Chess records, che segna i suoi capolavori, come I Just Want to Make Love to You.
Ma dopo l’apparizione del 1978 al Monterux Jazz Festival, Etta si deve ritirare: alcool e eroina fanno di lei l’ombra della donna che era.

Dieci anni dopo torna sulle scene, inaspettatamente, e da allora ritorna al mondo musicale, producendo album e cantando live: come se il tempo, per lei, non fosse mai passato.

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Etta con C. Aguilera

Muore il 20 gennaio del 2012, a pochi giorni dal suo 74esimo compleanno, uccisa da una malattia (MRSA) causata da un virus immune gli antibiotici. È qui che i figli annunciano anche che la madre soffriva del morbo di Alzheimer dal 2008. Sempre di quell’anno è il film Cadillac Records sulla sua vita splendente con la Chess Records, dove Beyoncé interpreta la cantante; nonostante questa pellicola che sembrò di suo gradimento, Etta criticò Beyoncé per la sua versione di At Last alla cerimonia per la presidenza di Barack Obama, nello stesso anno. Successivamente, molti hanno voluto vedere questa critica legata al morbo che la affliggeva, unito anche al dolore per non essere stata invitata lei stessa a cantare.

Etta ha influenzato molte grandi donne della musica mondiale: la stessa Beyoncè, ma anche Christina Aguilera (che cantò un’accorata At Last al funerale) ha sempre affermato di aver voluto essere sempre come Etta, dal canto alla personalità. Anche il graffiante timbro di Janis Joplin, con quella grinta alle volte così tanto malinconica, deve molto alla lezione di Jamesetta. Senza parlare dell’immancabile anima Soul di Amy Winehouse, che la imitò persino nelle enormi linee di eye-liner, nonché Adele, record di incassi che ha espressamente affermato di avere Etta fra le sue muse ispiratrici.

Ha coltivato inconsciamente tanti sogni di grandi cantanti, lasciando dietro di sé un vuoto che va ben oltre l’aspetto musicale. Ha fatto la storia per il suo particolare modo di fare musica, ma anche per le grandi donne che ha ispirato nel seguire le sue orme.

Nel fare della loro vita una canzone.

You ain’t got nothin’ in your pocket
To keep no girl alive
But she got somethin’ for all you men
Somethin’ to make you cry
Ha, ow, ow, ow

I’m a W.O.M.A.N.
A woman, yeah
A woman

W.O.M.A.N. – Etta James

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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