Francesca Woodman: fotografare il corpo nudo per spogliare l’anima

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From space (Rhode Island, 1976)

Chissà verso quali ricerche estetiche ed emotive si sarebbe mossa Francesca Woodman, se il 19 gennaio 1981 non si fosse buttata dalla finestra del suo appartamento di New York. È una domanda dal sapore romantico e allo stesso tempo amaro, che mi pongo di fronte a una carriera consapevolmente spezzata negli anni migliori della vita. O peggiori, a seconda dei punti di vista.

Non era certo la miglior fotografa degli anni ’70. E non è certo la miglior fotografa di tutti i tempi. Bisogna guardare alle sue fotografie per quello che sono e non per la promessa che contengono, ma non è facile accantonare il mito che le si è creato attorno. Francesca Woodman l’angelo fragile, la giovane promessa della fotografia, la più brava e sofisticata della scuola, la femminista, l’inquieta.

Nata a Denver il 3 aprile 1958, il suo suicidio a 22 anni inevitabilmente lascia delle domande aperte.

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Dalla serie Angeli (Roma, 1977)

Per Francesca Woodman la fotografia era un fatto estremamente personale, c’è sempre lei al centro della sua fotografia. Sempre lei al centro del suo mondo, sempre lei al centro della sua ricerca estetica. Penso non si trattasse solo di narcisismo, piuttosto, forse, del desiderio di non sparire per sempre, o almeno di emergere all’interno della famiglia, superare artisticamente il padre pittore e fotografo, la madre ceramista, il fratello video-maker. Lei stessa scriveva che «l’unico problema è che il mondo dell’arte qua ti dimentica se vai via cinque minuti», è un rischio essere artisti in un mondo di squali, soprattutto se fai la spola tra Roma e New York per studiare e poi tuo padre viene invitato ad una collettiva al Guggenheim e a te invece ti hanno notata in pochi, pochi ti hanno detto che la tua fotografia ha un senso e vale. Forse andando via per sempre e non per cinque minuti nessuno l’avrebbe più dimenticata.

Senza titolo (Roma, 1977-78)
Senza titolo (Roma, 1977-78)

Ecco perché il caso Francesca Woodman si trasforma il più delle volte in un’indagine nella psicologia di una giovane mente afflitta, e non nella ricerca formale di una giovane fotografa. Non capisco fino in fondo come mai la Woodman sia diventata paladina della fotografia femminista, superando le stesse fotografe femministe, quando i suoi autoritratti di femminista mi dicono ben poco. Certo è che la sua fotografia così intimistica risulta un po’ strappalacrime.

In molti sostengono che nella fotografia di Francesca Woodman ci sia il segno di un suicidio annunciato. C’è sempre il corpo, nudo o in parte scoperto, il volto è spesso tagliato fuori, il corpo si fa frammentato e labile, fantasma fuso nella natura o nella carta da parati, assorbito in un ambiente domestico dismesso, logoro. Più che un filtro femminista c’è ricerca dell’identità, la propria, più che un’identità di genere. Si avverte la tipica bipolarità adolescenziale, il non voler vedere il proprio corpo che cambia, il racchiudersi nel capriccio del corpo stesso e la convinzione che lo schifo attorno sia eccessivo per una mente sensibile. Nella sua fotografia la giovane Woodman sembra aver già fatto i conti col tempo.

Francesca WoodmanNegli scatti dell’ultimo periodo il corpo dell’artista sembra aver perso il ruolo preminente, come se la ricerca della Woodman si fosse a un certo punto spostata verso una fotografia dell’anima dell’ambiente circostante, una fotografia smaterializzata in puro spirito. Una fotografia auto-terapeutica? Negli specchi si riflette un lembo di lenzuolo, un’incrostazione della parete. Che stesse oltrepassando il confine dal suo mondo innocente al mondo degli adulti, dalla visione romantica di sé a una dimensione tutta terrena oppure tutta di spirito? Forse l’impazienza del successo sorpassò l’ossessione di una ricerca formale. Ma sono tutti crucci di chi osserva un percorso maturo interrotto sul nascere.

Alla sua morte nessuno si aspettava di trovare una quantità strabiliante di fotografie, carteggi e riflessioni su carta. Poi la fama postuma, con una retrospettiva nel 1986 al Wellesley Art Museum a cura di Ann Gabhart, la resurrezione fotografica, la nascita del mito e la dimensione commerciale.

Chissà se a 22 anni le faceva semplicemente paura la vita o se a terrorizzarla era la sua anima impressa sulla pellicola.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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