Il furto di opere d’arte: se non dessimo così tanta importanza ai soldi, avrebbe comunque senso?

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furto
Palma Bucarelli

In data 5 gennaio sul Corriere di Roma è apparso un articolo che mette in luce un avvenimento che dovrebbe lasciare l’opinione pubblica indignata: il fondo Palma Bucarelli, una collezione di rare edizioni letterarie di altissimo valore storico e artistico, si ritrova mancante di un migliaio di libri che dovevano essere custoditi dall’Accademia di San Luca, sede di una ricca collezione di opere letterarie che si distingue per la finalità di «promuovere le arti e l’architettura, di onorare il merito di artisti e studiosi, eleggendoli nel Corpo accademico, di adoperarsi per la valorizzazione e la promozione delle arti e dell’architettura italiane» (Statuto 2005, art. 1). Ciò che lascia incuriositi è il fatto che non se ne è parlato in nessun altro giornale, voglia che sia una notizia falsa o una notizia passata troppo in secondo piano: è difficile stimare quale tra queste due sia la alternativa più grave. Sta di fatto che la mercificazione di arte in virtù di un favoreggiamento personale  non conosce crisi, anzi, probabilmente è in merito alla crisi generale sentita dalla massa che il traffico illecito di opere d’arte non trova tregua, e chi ne soffre di più sono gli amanti dell’arte: anche se, a dire il vero, tutti dovrebbero trovarsi impietriti di fronte allo smembramento di un patrimonio così ricco, che dovrebbe essere apprezzato e visto da tutti, senza distinzione, e appartenere a tutti, allo scopo di accrescere la cultura.

In questi giorni si è parlato molto del furto a Palazzo Ducale di Venezia: sono stati rubati dei gioielli con il valore di milioni di euro appartenenti alla mostra Tesori dei Moghul e dei Maharaja da due abili ladri, i quali sono riusciti a fare piazza pulita in una ventina di secondi senza essere visti.  Ciò che ha destato clamore sia nella laguna che in tutto il mondo è riassunto nelle parole del Questore Vito Gagliardi: «è stata aperta una teca come fosse una scatoletta mentre l’allarme, se ha funzionato, è partito con ritardo». Si vagliano tutte le ipotesi, dalla presenza di una talpa, che ha aiutato i ladri nell’opera, all’alta esperienza tecnologica indispensabile per mettere k.o. l’allarme, e molte altre. In sostanza, è stato rubato un patrimonio milionario di gioielli indiani in una delle città più artistiche in Italia e si dovranno aspettare gli esiti delle indagini per poter far luce sulla vicenda. Un evento raro, inverosimile, che ha colpito nel segno lo stato italiano. Ma non è un caso isolato. Basta ricordare quando la Mala del Brenta provò a ricattare lo Stato Italiano con un ritratto fatto da Velázquez.

Immagini del Furto a Palazzo Ducale, Venezia

In ogni caso, il patrimonio a cui noi cittadini siamo costantemente sottratti è l’emblema di un valore che noi attribuiamo all’arte. Se non dessimo così tanta importanza all’arte, avrebbe comunque senso la tratta? È un dilemma fondamentale per capire quanto siamo legati nel profondo alle rappresentazioni artistiche che teniamo con tanta cura. È simbolo della nostra vita, del nostro vissuto, ci rappresenta in pieno. Se ci tolgono l’oggetto, ci tolgono noi stessi. È forse questo il valore dell’arte che noi fomentiamo, perché è il sigillo che la persona lascia in questo mondo. Il problema potrebbe essere il confondere il valore personale con il valore economico: rendendo così alto il valore economico di manufatti artistici, è andato scomparendo il valore intrinseco dell’opera di per sé, quello che ci tiene saldi alle emozioni.

Che siano libri, dipinti o gioielli, nella cronaca odierna ciò che ha destato più clamore è stato il valore economico delle opere rubate, rispetto alla valenza simbolica che viene detenuta.

Quindi sorge spontaneo chiedersi: è il quadro ad aver valore o è il denaro ad essere al di sopra delle opere d’arte?

Elisa Tiboni per MIfacciodiCultura

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