Musica del futuro: cosa ci aspettiamo noi ascoltatori dal 2018?

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Musica del futuro: cosa ci aspettiamo noi ascoltatori dal 2018?

Musicalmente che cosa è stato il 2017? E cosa aspettarsi dal 2018?

King Krule

Ecco, vorrei evitare i listoni soliti: best album e migliori attese perché penso che ci siano già abbastanza link in giro tanto da intasarvi l bacheca. E poi perché fa tanto Novella 2000. Vorrei prendere tre macrotemi molto generali che secondo me meritano una riflessione alla luce dell’anno passato e delle sorprese che potranno o meno esserci nel 2018. Non posso non fare nomi, chiaro, ma non voglio riempire l’articolo di titoli di album e artisti da ascoltare.

So che non avrete capito un granché da questa spiegazione, ma partirei subito con l’analizzare il primo problema: partendo dalla musica italiana, un articolo de Linkiesta ha sollevato un tema secondo me interessante,  ovvero quello dei generi. In particolare, in quel pezzo uscito qualche settimana fa, si festeggiava la morte dell’indie avvenuta nel 2017 come un augurio positivo per il 2018. Già, wow. Si ma: che cos’è l’indie? Teoricamente si parla di musica indipendente, prodotta da etichette “di nicchia” che non entrano nelle logiche del mainstream. Brunori Sas, per esempio, secondo l’autore del pezzo, ha superato la fase indie (evviva). Anche se non sono un critico musicale ho sempre considerato Brunori Sasun cantautore e basta: questo non perché i generi non siano importanti, ma perché non vanno usati come etichette sterili. Personalmente il passaggio del cantautore in questione, a livello di sonorità non mi è sembrato così radicale, ma tutto è arbitrario se non si definisce cos’è indie e cosa no. Ma tutto questo discorso cosa c’entra con il cambio di anno? Ecco, vorrei che si parlasse dei generi non come semplici bollini nel 2018. Esempio: uno degli artisti italiani che più mi ha colpito l’anno passato è stato Liberato. Di lui hanno parlato in tanti soprattutto perché per ora non si sa bene chi sia. Nei suoi pezzi si distinguono chiaramente influenze rap e pop perché sono nel suo sound, è una cosa che chiunque può riconoscere. Pur non facendo musica impegnata, Liberato secondo me è una delle grandi promesse musicali sbocciate del 2017 proprio perché qualsiasi ascoltatore comprende il suo intento di andare oltre i generi rap e pop proponendo un suo suono che sfrutta appieno la musicalità del dialetto napoletano. E ripeto: non sono canzoni cerebrali le sue, anzi, però ha superato i generi a cui si ispirava creando un prodotto nuovo ma riconoscibile. Esempio anglosassone King Krule (un interessante esplosione di influenze dal jazz al punk), per il quale vale lo stesso discorso: anche se lui, almeno nella musica, un po’ più cerebrale lo sono.

Tornano ai macrotemi anticipati all’inizio, affrontiamo il secondo : soprattutto in Italia, attraverso i canali diciamo mainstream che siano TV, riviste etc. si parla troppo poco di giovani. L’impressione è che ci si concentri troppo sui “grandi ritorni” di star affermate e si trascurino i nuovi arrivi. È vero, qualche mese fa avevamo parlato della popolarità crescente di Ghali, che proprio attraverso questi canali tradizionali (v. l’intervista di Saviano su la Repubblica) sembra smentire questa affermazione. Certamente è un bene che ogni tanto la stampa e la TV italiane distolgano lo sguardo dal pubblico over quaranta, ma ancora non è sufficiente e molte volte sembrano strumentalizzare un po’ le giovani promesse musicali (vedi sempre Ghali con lo ius soli). Per fare un altro un esempio, la BBC trasmette un programma come Later… with Jools Holland che da più di vent’anni fa suonare dal vivo i musicisti più promettenti della sciena nazionale e non. Anche Holland manda in onda le grandi star affermate, ma non si è mai dimenticato degli esordienti. Questo format è replicabilissimo anche in Italia e sarebbe bene che qualcuno pensasse di riproporlo. Questa era una critica agli anni passati e un auspicio (con scarsa speranza) per il futuro. Se qualche nuova scoperta ha accesso alla TV o alla stampa (la radio in questo è naturalmente un po’ più vigile), spesso l’artista in questione viene da X Factor.

E qui arriva la terza riflessione. Piaccia o no, il mondo dei talent muove milioni di euro nel campo discografico e va preso in seria considerazione. Il programma ideato da Simon Cowell sforna ogni anno nuovi nomi pronti ad aggredire il mercato e, perché no, a fare buona musica. Dobbiamo però aspettare a dare giudizi estasiati su artisti solo perché hanno vinto X Factor. L’auspicio è che nel 2018 non si pensi a questa trasmissione come un punto di arrivo, ma come ad un punto di partenza. Solo così potremo individuare chi è veramente meritevole di attenzione critica, senza prendere come unico criterio il successo iniziale.

Questo è tutto, letterina finita. Sono abbastanza soddisfatto: seppur in un delirio poco regolamentato non ho fatto troppi nomi e soprattutto non ho fatto previsioni inutili. Buon anno e continuate ad ascoltare musica (ma che ve lo dico a fa’…)!

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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