Eric Rohmer, il figlio diseredato della Nouvelle Vague

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Eric Rohmer, il figlio diseredato della Nouvelle Vague

La fornaia di Monceau

Jean Marie Maurice Schèrer, meglio noto come Eric Rohmer (Tulle, 21 marzo 1920 – Parigi, 11 gennaio 2010), è stato uno dei maggiori esponenti della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico francese così definito ufficiosamente per la prima volta sul settimanale L’Express nell’ottobre del 1957. Il regista, così come l’intera corrente artistica, si è posto spesso come lo specchio del contesto storico transalpino della seconda metà del Novecento: i contrasti sociali e ideologici derivanti della guerra d’Algeria trovano nelle pellicole i mezzi di rifondazione morale della nazione.

In questo periodo le pellicole solitamente sono realizzate con mezzi di fortuna, in ambientazioni popolari nelle strade e negli appartamenti. Rohmer esordisce nel 1959 con i lungometraggi, realizzando nella sua carriera ventitré film suddivisi in tre cicli narrativi: Sei racconti morali (1962 – 1972), Commedie e proverbi (1981 – 1987) e i Racconti delle quattro stagioni (1990 – 1998).
Riguardo la prima fase lavorativa, l’autore ha sempre tenuto ad allontanare qualsiasi tipo di fraintendimento moralista:

In francese c’è una parola, “moraliste”, che non credo abbia un equivalente in inglese. In realtà non ha una grande connessione con la parola “morale”: un moraliste è qualcuno che è interessato alla descrizione di ciò che accade dentro l’essere umano. Si occupa di stati mentali e di sentimenti.

La moglie dell’aviatore

Rohmer sottolinea invece l’introspezione del sentimento nelle sue opere ed in paricolar modo analizza  la  psiche dei protagonisti. Nel film La fornaia di Monceau (1962) il personaggio principale, uno studente in legge residente a Parigi, si lancia alla ricerca di Sylvie, donna da cui è attratto e dalla quale ha ottenuto la promessa di un futuro incontro. La giovane in un primo momento scompare e al suo ritorno troverà il protagonista ad attenderla nello stesso posto in cui l’ha lasciato. Per questo motivo ella si convince che l’amato fosse rimasto lì per lei tutto il tempo, ma in realtà era solo una coincidenza! Lo studente era capitato per caso in quel luogo  dove aveva conosciuto anche la fornaia Jacqueline, dedicando a quest’ultima le proprie attenzioni, mentre era alla ricerca della ragazza scomparsa. Vedendo tornare Sylvie, però, il giovane protagonista non ha il coraggio di dirle la verità e così proseguirà il suo cammino con lei. Viene proposto quindi il clima irrazionale e casuale della vita di tutti i giorni, trattando temi che possono contraddistinguere l’esistenza di chiunque nell’insensatezza della casualità. Così come nell’episodio della fornaia, anche nella seconda opera del primo ciclo, La carriera di Suzanne (1963), il protagonista è uno studente: si tratta di Bertrand, laureando in medicina, che approfitta di Suzanne, giovane studentessa incontrata in un bistrot parigino, per poi sbarazzarsene qualche giorno dopo. Dovrà passare del tempo perché egli possa rivalutarla e capire cosa ha perso realmente, ovvero quando la rivedrà sposata con un suo conoscente. Dopo questa pellicola fino all’arrivo degli anni ’80, il famoso cineasta francese attraverserà un periodo di crisi produttiva che lo escluderà per qualche anno dal jet set internazionale. Successivamente nel ciclo Commedie e proverbi, Rohmer propone come protagoniste delle giovani donne tra i quindici e i trent’anni.

La gente nei miei film non esprime idee astratte non c’è neppure un’ideologia, se non molto implicita, ma rivela che cosa pensa dei rapporti tra uomini e donne, dell’amicizia, dell’amore, del desiderio, della propria concezione della vita, della felicità, della noia, del lavoro, del tempo libero: tutte cose che sono già state discusse, ma spesso in maniera indiretta, nel contesto di una trama drammatica. I miei film sono puri lavori di fiction, non mi dichiaro un sociologo, non faccio indagini e non compilo statistiche.

Eric Rohmer

Il primo del ciclo è La moglie dell’aviatore (1981) cortometraggio/manifesto dell’opera dell’autore in questa fase: si tratta di un racconto basato su di un fraintendimento che coinvolgerà il protagonista François convinto d’esser tradito da Anne, la donna con cui intrattiene una relazione.

L’epilogo di una carriera longeva sembra arrivare con l’uscita di Racconto di primavera (1990), Racconto d’inverno (1991), Un ragazzo, tre ragazze (1996) e Racconto d’Autunno (1996), le opere che danno vita all’ultimo ciclo Racconti delle quattro stagioni. Vengono riproposte delle trame più articolate, tenendo ferma l’importanza della “vicenda amorosa” ed  enfatizzando ancora maggiormente i sentimentalismi. Punto di riferimento per i film degli anni novanta sono sicuramente i molteplici riferimenti letterari emergenti, da Platone a Shakespeare.

A ottant’anni però Rohmer ha ancora molto da dare di nuovo al mondo cinematografico e decide di utilizzare per la prima volta le tecnologie digitali nel film La nobildonna e il duca (2001), tratto dalle memorie di Grace Eliot, l’amante di Filippo d’Orleans. Si tratta di un opera storica in cui l’autore si pone l’obiettivo di ricostruire per pubblico la Parigi di fine Settecento, allontanandosi da quelli che erano i canoni della Novelle Vague.  La pellicola ripercorre una delle vicende più intense della storia francese, offrendo la riproposizione di alcuni eventi storici salienti: l’assalto del popolo alle  Tuileries  e l’imprigionamento di Luigi XVI con la famiglia. Eric Rohmer presenterà questo lavoro alla cinquantottesima Mostra del Cinema di Venezia, dove riceverà il Leone d’oro alla carriera a sigillo di una lunghissima attività professionale volta a catturare la bellezza come se fosse una preda.

Mino Guarini per MIfacciodiCultura

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