Alberto Giacometti e la resilienza: quando la scultura diventa antidoto per la vita

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Alberto Giacometti e la resilienza: quando la scultura diventa antidoto per la vita

Alberto Giacometti fotografato da Cartier Bresson

Alberto Giacometti è lo scultore che più di tutti è stato in grado di raccontare la solitudine  dell’animo umano. Negli anni del dopoguerra riuscì a cogliere il fragile universo che era l’animo dell’uomo moderno. I suoi soggetti sono segnati e pervasi da sentimenti tanto reali da diventare sculture parlanti.

Giacometti nasce il 10 ottobre 1901 a Borgonovo in Svizzera e muore l’11 gennaio 1966 a Coira, nel Cantone dei Grigioni. Figlio del pittore post-impressionista Giovanni Giacometti e di Annetta Stampa, cresce nell’atelier paterno, frequenta le scuole d’arte e si forma sulle opere degli antichi maestri. Subisce il fascino del Cubismo e nel 1921 si trova infatti a Parigi: qui è influenzato dall’arte primitiva, così in voga quel tempo. Nelle opere di questo periodo non possono mancare riferimenti continui a Brancusi e Archipenko. Nel 1928 Giacometti aderisce al Surrealismo: nelle sue opere si rintracciano le paure, gli incubi e le citazioni del subconscio. È un mondo onirico pervaso dall’Eros, dal Thanatos e da tutte quelle suggestioni di cui si nutre l’arte surreale. L’artista porta al limite la crisi della scultura, come figura o statua, interrogandosi sulla negatività del rapporto tra forma plastica e spazio. Sculture simbolo del periodo surrealista sono sicuramente L’oggetto invisibile, Circuito, Donna Sgozzata, Oggetto spiacevole e naturalmente l’iconica  Sfera sospesa. Nei suoi disegni e nei dipinti la figura è quasi sempre come ingabbiata in uno spazio pittorico che la opprime e la consuma.

Ma la figura umana, tutto il dramma interiore che attraversa l’uomo lo interessano sempre di più e questa sua ricerca alla vera essenza lo porta ad allontanarsi concettualmente e stilisticamente dal Surrealismo. Approda ad un’arte nuova in cui la figura umana diventa la protagonista indiscussa della sua scultura. In quello che viene definito il suo stile maturo, i soggetti si riducono a ritratti a mezzo busto o figure a busto intero stanti isolate o insieme a più figure immobili ed allineate ,come tante pedine su ritagli di spazi. Le opere più significative di questa condizione alienante sono Piazza, Donna in bronzo, Uomo che cammina e Uomo che cade.

Sfera sospesa,1930-31

Le figure si assottigliano diventano filiformi, fragili. L’assordante immobilità e le superficie scabre, corrose enfatizzano il peso di una vita che sembra quasi schiacciare l’essere umano, senza mai riuscirci. Le sculture di Giacometti, anche se fisicamente provate, mantengono imperterrite la loro posizione eretta, come il simbolo tangibile di una decisa resistenza interna. La tragedia dell’uomo contemporaneo è così rappresentata  in forme rotte, fragili e sole che parlano senza dire nulla e restano così sospese. Sono figure quasi evanescenti che si mostrano in una precarietà che spaventa nella sua essenzialità.Le superfici sono rugose, increspate come se il tempo le avesse consumate e scavate, le attraversano giochi di luce che creano movimento e suggestione. La materia deforme, imperfetta, manipolata a tal punto da portare il segno dei polpastrelli dell’artista enfatizza la drammatica situazione esistenziale. Il bronzo diventa vibrante ruvido trascendentale nella consistenza e nella forma. La figura si contrae, si riduce a poco più di un filo, bloccata in passi obbligati è saldamente inchiodata al suolo.

L’arte per Alberto Giacometti diventa il mezzo attraverso cui indagare la realtà. La sua scultura è un interrogativo, una domanda e quindi non può mai essere finita ne perfetta. È una continua ricerca, una gestazione senza tempo che esige spazio. Per dirlo con parole sue:

Giacometti nel suo studio fotografato da Ernst Schei

Io faccio pittura e scultura per mordere nella realtà, per difendermi, per nutrire me stesso, per diventare più grosso; diventare più grosso per difendermi meglio, per meglio attaccare, per fare più presa, per avanzare il più possibile su ogni piano in tutte le direzioni, per difendermi contro la fame, contro il freddo, contro la morte, per essere il più libero possibile; il più libero possibile per tentare – con i mezzi che oggi mi sono propri – di vederci meglio, di capire meglio ciò che ho intorno, capire meglio per essere più libero, più forte possibile, per spendere, per spendermi il più possibile in ciò che faccio, per correre la mia avventura, per scoprire nuovi mondi, per combattere la mia guerra.

La sua forsennata ricerca artistica diventa lo strumento per resistere alla vita, l’arma di una lotta personale che ogni uomo conduce. Tutta la crisi dell’essere umano è così racchiusa in opere dal forte impatto visivo, un esempio raro in tutta l’arte del ‘900, il racconto di un uomo che indagava il reale trasfigurando la realtà.

Martina Conte per MIfacciodiCultura

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