“La violenza contro le donne nella storia”: le cose cambiano

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La violenza contro le donne nella storia: le cose cambiano

La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI)

«Non c’è nulla di naturale nella violenza sulle donne, la storia ci insegna che le cose cambiano»: ecco la conclusione, netta e precisa, di uno studio iniziato nel 2015 durante un convegno romano e consegnato al pubblico a settembre 2017 sotto forma di libro. Il saggio in questione si intitola La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI) (Viella, 2017) ed è un volume collettaneo curato dalle professoresse Simona Feci, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Palermo, e Laura Schettini, ricercatrice di Storia contemporanea all’Orientale di Napoli.

Il libro si sviluppa in due grandi filoni di analisi, quello del contesto storico-sociale in cui le violenze si verificano, e quello delle articolazioni giuridiche e religiose che regolamentano tali fenomeni. Oltre a studiare storicamente che tipo di violenze sono state perpetrate e come sono state “sentite” nel corso della storia sia privatamente che pubblicamente, è infatti fondamentale studiare la legislazione relativa: la violenza di genere ha sempre goduto di un certo grado di legittimità, intesa come “ripristino dell’ordine”, naturalmente intendendo l’ordine patriarcale. Il passaggio fondamentale in Italia si è avuto solo nel 1996, quando la violenza sessuale è passata da essere atto contro la morale a reato contro la persona, ovvero quando per la legge con un atto violento non si offendeva più l’onore di qualcuno a cui la donna rispondeva (come sorella, moglie, figlia), ma si riconoscevano i suoi diritti in qualità di individuo.

Interrogando le fonti è emerso chiaramente per le due studiose come la violenza sia sempre stata sentita come qualcosa di innaturale, di doloroso e umiliante: la controprova migliore, come evidenzia la professoressa Feci, è che altrimenti non ci sarebbero state ribellioni di sorta.

Dopo aver analizzato documenti che vanno dal XV secolo alla fine del ‘700, le due studiose affermano che la situazione per la donna per diversi secoli è rimasta invariata: inizia lentamente a cambiare nell’800, ma per i grandi progressi bisognerà aspettare il XX secolo. I fattori di cambiamento della visione della violenza sono molti, sostanzialmente culturali, come racconta la prof.sa Schettini:

Un’aumentata consapevolezza sociale che esista una violenza diffusa maschile nei confronti delle donne e che questa sia un danno sociale, che quindi va combattuta, è strettamente legata ai progressi registrati in termini di partecipazione delle donne alla vita politica, sociale, culturale; ai passi avanti fatti verso l’eguaglianza formale (ovvero i diritti giuridici) e sostanziale tra uomini e donne. Indubbiamente, la presenza delle donne nella scena pubblica, l’emergere di un discorso politico femminista che molto ha scritto e detto sulla violenza sessuale e su quella “domestica”, ha contribuito non poco a rendere la nostra società sensibile nei confronti del tema.

È vero però che c’è ancora molto da fare: non dimentichiamo che lo ius corrigendi, ovvero il diritto all’uso della violenza per correggere, appunto, i comportamenti della moglie, è stato vietato in Italia solo nel 1956, ben dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che il nuovo diritto di famiglia risale solamente al 1975. La situazione attuale infatti non ha raggiunto ancora il livello di violenza zero, anzi si verificano ancora episodi che colpiscono per efferatezza e brutalità: Simona Feci riflette sul fatto che «probabilmente non è aumentata la violenza rispetto al passato, ma abbiamo finalmente puntato l’attenzione su questi episodi, che invariabilmente ci colpiscono». Racconta invece Laura Schettini

Mi colpisce la brutalità degli atti di violenza compiuti da uomini molto giovani: penso sia la spia più eclatante della mancata affermazione di una cultura delle relazioni di intimità e sociali paritaria. Trovo poi irresponsabile la perseveranza con cui si continuano a veicolare modelli di relazioni asimmetriche tra uomini e donne e, soprattutto, a produrre un immaginario secondo cui le donne sono corpi di cui disporre a piacimento: sono immagini e modelli che da almeno da trent’anni chi opera nel campo del contrasto alla violenza ha individuato come terreno di coltura di comportamenti aggressivi, possessivi, degradanti.

Nonostante la situazione presente atterrisca chi osserva questi fenomeni, non bisogna dimenticare quanto è stato guadagnato finora: le cose cambiano e le nuove generazioni di donne, ma anche di uomini, riuniti in movimenti come quello di Non una di meno, fanno pensare che questa partita con violenza non è persa, bensì non è più rinviabile.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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