Norberto Bobbio: ricordando il filosofo del dubbio e del dialogo

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Norberto Bobbio: ricordando il filosofo del dubbio e del dialogo

Sulla strada del dubbio, attraversiamo l’opera di Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004).

Non arriveremo mai a fare la cosa “verità“, ma lo scopo della ricerca della sua affermazione permette di avvicinarsi ad essa, il che è già bello di per sé.

Massimo Cacciari

Norberto Bobbio
Norberto Bobbio

Sempre più spesso voci popolari e mediatiche che si ergono dai bar come dalle televisioni e dalle tavolate di amici come dalle radio, invocano il cosiddetto rinnovamento politico, un cambiamento del mondo della pubblica amministrazione che abbia la forza di riavvicinare lo stesso ai diretti interessati, gli uomini, e che sia in grado di proporre figure rappresentative “nuove”, “pulite” e perché no, “oneste”. In realtà quello del cambiamento è un disco ormai vecchiotto e a parere di qualcuno logoro: una melodia che continuiamo a far suonare come romantici malinconici amanti di vecchi 33 giri. Nulla contro il romanticismo o il collezionismo, ma la politica è altra cosa: rimanere impastoiati in vecchie abitudini, in logori modi di pensare blocca la natura costitutivamente attiva dell’azione politica; senza fraintendimenti, la politica non è gesto di pancia, ma sempre dinamica attiva radicata nel reale a partire dalla riflessione.

Se si può davvero, cosa vuol dire realmente cambiare la politica oggi?

Il tema, come facilmente si evince, è altamente problematico e apparentemente molto discusso, dunque, lontani dall’avere risposte efficaci ed applicabili, vogliamo solo, attraverso la parziale presentazione del pensiero di un grande della contemporaneità, mettere in luce qualche scenario alternativo all’immobilismo odierno, all’impasse che ci stringe alla gola: Nasceva il 18 ottobre del 1909 nella sua Torino il filosofo Norberto Bobbio  (scomparso il 9 gennaio 2004), la cui riflessione si sviluppa per gran parte su argomenti di politica e metapolitica. Quella di Bobbio non è infatti solo una riflessione sulla destra, la sinistra o la politica tout court, ma è invece un filosofia della politica: egli definendosi uomo “del dubbio e del dialogo”, dalle pagine di un saggio del ’94, delinea una critica tagliente e profonda, quanto pacata nei toni, al modo di considerare la politica e i politici. Il dubbio è qui impiegato non in senso scettico ma come mezzo aprente infiniti scenari differenti nei quali ogni tentativo di risposta ad una domanda si risolve in una domanda più grande: la grandezza del filosofo italiano sta fino a qui nell’aver messo in luce i potentissimi mezzi dell’attività politica affiancandovi però l’evidenza dei limiti della stessa.  Il dialogo, invece, diviene una nozione centrale nella politologia bobbiana in quanto esprime una metodologia: solo in questa forma la cultura non si assoggetta alla politica, dal dialogo emerge il confronto e con esso si sconfiggono le ideologie.

Altro punto focale del lavoro del filosofo torinese è la critica alle ideologie: oggi sentiamo dire che i giovani non hanno più ideali e che il mondo è tutto grigio mentre un po’ di bianco o di nero non guasterebbero affatto, tuttavia la filosofia ha da sempre un atteggiamento ostile verso le prese di parti ideologizzanti. Per Bobbio come per molti altri, l’ideologia arresta il processo dialettico che sorregge l’avanzare politico, destra e sinistra per quanto diverse nei contenuti si somigliano molto per la forma, e così diviene molto immediato l’esempio ficcante dei totalitarismi rossi e neri. Nella degenerazione politica di questo millennio le ideologie stanno progressivamente tornando a generare fascinazioni sui popoli e stanno riprendendo piede assieme a strampalati leader e rumorosi apparati da piazza. Ma la riflessione sulla politica del ricordato Bobbio non ha solo da insegnarci su questi punti: egli non si limita alla critica di quelle forme autoritarie di governo ideologico degenerato, ma spinge la sua analisi filosofica fino alla forma democratica, auspicata sì, ma non in quanto migliore bensì perché meno peggiore delle altre. Fuori dal coro chiassoso degli intellettuali novecenteschi Bobbio non risparmia la democrazia: essa ha problemi, alcuni dei quali sembrano insormontabili, tuttavia appare allo stesso tempo la forma meno brutale di governo delle genti. Questa critica nell’elogio ha eminentemente a che fare col più grande tratto innovativo della filosofia di Norberto Bobbio, ovvero con quel desiderio altamente filosofico di instaurare il dubbio genuino in ogni questione, in ogni istituzione e in ogni autorità.

Norberto BobbioL’attualità di Norberto Bobbio oggi? L’idea di un recupero di una politica che affonda le radici nella riflessione speculativa e che dispone ad un rinnovamento metodologico del fare politico, è oggi pressante più che mai, come dicevamo in apertura. Riecheggiando le parole del filosofo, «dobbiamo imparare ad essere più preoccupati di seminare dubbi che di raccogliere consensi», il che significa mettere in luce l’utilità tecnica della decisione e del dibattito politici, tornare a presentare e a vivere la politica come un mestiere serio, altamente tecnico e complesso, altamente incerto e in continua evoluzione. Insomma rileggere una buona quantità di pagine bobbiane potrebbe aiutarci a colmare quel crescente abisso che si sta generando tra le persone e il governo delle persone, oltre che a farci capire una volta per tutte che la politica, criticata o elogiata che sia, è lo specchio degli uomini che vi cercano riparo. Ci aspettiamo dai nostri rappresentanti risposte che non possono esserci fornite e così anziché sprofondare tutto e tutti nel dubbio più produttivo, sprofondiamo noi stessi, spalleggiandoci l’un con l’latro, nella lamentazione generale. Fare un referendum costituzionale giocando tutta la dinamica elettorale sul personalismo di un premier è qualcosa che dimostra la totale sordità dinnanzi alle proposte bobbiane, ma bisogna anche smettere di addossare colpe per timore di responsabilità e ammettere onestamente che le prime orecchie doverose di essere sturate non sono quelle dei rappresentanti istituzionali ma quelle degli elettori.

La politica, nel vortice delle sue possibilità di essere modificata e criticata, è sempre un’operazione collettiva e mai un dono (o imposizione) di pochi ai molti, in virtù della sua natura strettamente antropologica.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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