«Il Sud del Sud dei santi»: la Otranto di Carmelo Bene

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«Il Sud del Sud dei santi»: la Otranto di Carmelo Bene

Nel precedente articolo su Carmelo Bene si era lasciato il lettore su una frase di difficile se non impossibile interpretazione. Queste brevi righe servono da completamento alle precedenti lasciate aperte e pongono rimedio altrimenti errore dello scrittore che qui porta le sue scuse per aver diviso in più scritti non consecutivi quello che mai sarebbe dovuto essere frammentato. Arriviamo quindi in volo, come dopo una leggera perlustrazione, a ghermire lo scopo che ci siamo prefissati, la preda intravista da raggiungere: «Il Sud del Sud dei santi».

Cattedrale di Otranto, mosaico Albero della vita

Questa formula mostra di Carmelo Bene le origini e le innovazioni. Egli sente i propri natali come una particolare affiliazione che lo lega alla terra d’Otranto, «casa di cultura tollerante confluenze islamiche, ebraiche, arabe, turche, cattoliche», come dice nella sua immaginaria autobiografia Sono apparso alla Madonna. In questa città nel corso dei secoli hanno confluito le storie di tutte queste culture, realizzando una commistione etnica, linguistica, architettonica, etc. inedita e singolare, dando vita a un non-luogo di passaggio e di incontro reso facile grazie al suo porto. Questo sarà anche il luogo che, nella formazione della neo-Italia, verrà più difficilmente inglobato ma, almeno al tempo della giovinezza di Bene, ancora non appiattito dal processo di omologazione di tutti i territori italiani iniziato dopo l’indipendenza. Il Sud in genere, per la grande differenza di tradizioni, fece più fatica a piegarsi a questo processo voluto dal Piemonte, ma soprattutto il Sud del Sud (anche se non ancora quello inteso da Bene), la Magna Grecia di un tempo: Otranto. Queste sono le terre di grandi personaggi come Bruno, Vico, Campanella, Croce e di una figura importantissima per Bene. Qui nacque Giovanni Desa da Copertino divenuto santo e chiamato Frate Asino. Di lui si sanno due cose: era ignorante e volava. Colto infatti da visioni della Madonna iniziava a levitare smemorandosi di tutto tanto che, nella storia scritta su di lui da Bene basandosi solo su quelle due informazioni, una volta tornato in sé e trovatosi su un albero o sulla cupola della chiesa piangeva implorando che qualcuno lo portasse giù. La visione l’aveva colto a tal punto da fargli dimenticare qualsiasi cosa attorno.

Nostra Signora dei Turchi

Ma, vi chiederete, cosa centra questa storia e questi natali per conoscere e apprezzare le capacità attoriali di Bene? Ebbene tutto ciò, rielaborato personalmente dal giovane Carmelo e fatto proprio, andrà a costituire una inedita tecnica d’autore, se così può essere considerato impropriamente il superamento di questa o quella tecnica. La visione entra a teatro proprio in forza di quel retroterra e di quella filiazione immaginaria con Otranto. Attraverso di essa vengono riprese due caratteristiche fondamentali attribuite ai pugliesi in maniera spregiativa da quelli che portavano avanti il processo di omologazione italiano: sfaccendati e spensierati. Questo marchio di infamia diventa subito nell’arte teatrale un punto al quale aspirare una volta coniugato nei modi prettamente attoriali di inazione e depensamento. Essi sono il frutto della visione e caratteristica di Giuseppe Desa. Qui ci troviamo allora nel «Sud del Sud dei santi» che, come dice Giacchè, «ha per Carmelo Bene quasi il valore di un’indicazione geografica».

Giuseppe Desa da Copertino

Questo “luogo” non è però la città di Otranto che centra solo nella misura in cui da essa provengono i santi delle visioni (in particolare santa Margherita e Giuseppe Desa) ma risiede proprio in questa “capacità”: nella visione si viene visitati dai santi (quasi fosse un appuntamento in un nessun-dove a un mai-quando). La peculiarità della visione risiede proprio infatti nell’essere totalizzante, facendoci perdere qualsiasi coordinata spazio-temporale. Siamo totalmente soggetti ad essa che ci coglie quando meno ce lo aspettiamo portandoci in un altrove. E chissà dove? In essa esiste solo essa. Chi viene rapito da una visione è la stessa sua visione. Chi nella visione vola è il volo e chi vede la Madonna è la stessa Madonna che vede. Così l’attore può entrare in una sorta di trance dove l’imitazione non ha appiglio dal momento che non esiste più un io interprete che recita un ruolo. Semplicemente non si è in casa. E si fluisce sentendosi agiti. L’attore per Bene è solo un mezzo, un tramite per raggiungere lo scopo delle sue fatiche: la visione. Tutto il resto è tecnica ma non certamente questo momento. I modi per raggiungerlo sono molteplici e affinati da Bene durante tutto il corso della sua vita e culminati con la macchina attoriale, la più grande invenzione delle sue “tante vite”.

Bibliografia:

  • Giacchè, Carmelo Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Milano: Bompiani, 2007
  • Bene, Opere, Milano: Bompiani, 1995

Filmografia:

  • Bene, Nostra Signora dei Turchi

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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