“Cosmopolis”: l’odissea metamorfica e la crisi dello yuppismo americano nel XXI secolo

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Cosmopolis: l’odissea metamorfica e la crisi dello yuppismo americano nel XXI secolo

Eric (Robert Pattinson) e la moglie (Sarah Gadon) al ristorante in una scena del film Cosmopolis

«Il topo diventò l’unità monetaria»: con questa citazione di Zbigniew Herbert si apre lo scenario freddo e allucinato della New York di Cosmopolis, titolo del tredicesimo romanzo del post-moderno scrittore italo-americano Don DeLillo, pubblicato nel 2003, e dell’omonimo riadattamento cinematografico realizzato nel 2012 sotto la regia di David Cronenberg.

Il romanzo, tra i più controversi e perturbanti della produzione dell’autore, descrive, nell’arco di «un – solo – giorno di aprile nell’anno 2000» (motivo che gli ha valso l’accostamento a grandi classici della letteratura novecentesca come l’Ulisse di Joyce) la giornata di un giovane e rampante yuppie (termine coniano nell’America degli anni ’80 come sigla di young urban professional) del XXI secolo, attraverso un viaggio circolare nei meandri di una NYC più caotica e labirintica che mai, verso la morte.

Eric Packer è un miliardario ventottenne guru della nuova frontiera dell’economia: il cyber capitalismo, fondato sull’ormai indissolubile legame tra tecnologia e finanza (basti pensare agli recenti sviluppi del Bitcoin, la nuova moneta elettronica, per intuire la portata “profetica” di Cosmopolis). La sua presentazione iniziale potrebbe indurci a credere di essere di fronte ad un nuovo Patrick Bateman (il protagonista di American Psycho) del XXI secolo: avido, cinico, crudele quanto affascinante, Packer è un giovane broker finanziario senza scrupoli che si rispecchia in qualche modo nell’affermazione, densa di significati, «la logica estensione degli affari è l’omicidio». Tuttavia la maestria di Don DeLillo interviene, sin dalle prime pagine e poi sempre più intensamente nel corso della vicenda, insinuando quella particella da cui si originerà la rovina-salvezza del protagonista: il dubbio.

Opera di Rothko

La mente matematica di Packer, che con le sue intuizioni geniali e la capacità di prevedere i movimenti del mercato gli aveva consentito di costruire il suo impero economico, inizia ad entrare in crisi. La fredda corazza del suo raziocinio filosofico sembra non soddisfare più la sua sete di possesso. «Voglio di più» è l’imperativo ossessivo della sua morale fortemente capitalistica, dove per capitalismo intendiamo la quintessenza della borghesia e del suo desiderio di possesso. Essa si esprime attraverso il possesso inteso come atto sessuale ad esempio, una delle ossessioni di Eric anche in quanto “compenso” dell’intimità che gli viene negata dalla moglie. Ma il desiderio di avere, impossibile da soddisfare, si manifesta anche nella costante fame del protagonista e in un altro tema, ossia quello della mercificazione dell’arte (Eric desidera acquistare la Cappella di Rothko a qualsiasi prezzo, non si accontenta di un solo dipinto e alla protesta della sua consulente artistica/amante relativa alla necessità che rimanga aperta al pubblico egli risponde «Che se la comprino allora»). L’introduzione dell’arte di Rothko, esponente dell’espressionismo astratto americano e del color field (campi di colore), non sembra casuale se si considera il sentimento di ambivalenza che questo artista nutriva nei confronti del capitalismo americano e del successo. Inoltre potrebbe esserci un sinistro parallelo tra le due biografie, quella reale del pittore e quella fittizia del personaggio di DeLillo, che iniziano un lento processo di auto-disgregazione fisica e mentale proprio giunti all’apice del loro successo. Inoltre le geometrie di Rothko sono il motivo conduttore dell’opera.

Eric è in pericolo, la minaccia prima vaga e poi sempre più concreta che qualcuno voglia attentare alla sua persona lo porta ad attorniarsi di una serie di bodygards e l’ossessione per la sicurezza è un altro tema profondamente borghese. In questo caso è un’ossessione circolare, segnata da un’amara ironia, in quanto la vera minaccia del protagonista è egli stesso, visto che la sua sarà una corsa al suicidio che lo porterà dentro l’appartamento del suo aguzzino e alter-ego Benno Lenin.

Il tema del doppio caratterizza la figura di Eric e l’origine della sua crisi, egli vive in bilico tra la forma e l’essenza, tra la musica rap (fittizio il personaggio di Brutha Fez) e quella “classica” (Satie), tra la parola e il silenzio, fino alla personificazione dell’altra faccia della moneta, del suo doppio, nel folle e disperato Benno, suo ex collaboratore che desidera ucciderlo per “guarire”. Il tema della malattia viene infatti qui affrontato attraverso una rivisitazione della figura dell’inetto novecentesco, Eric rappresenta tutto ciò che Benno non è, tutto ciò che non è riuscito a realizzare e ad essere: Benno è l’altra faccia del capitalismo. Eppure c’è un elemento che accomuna e condanna entrambi: l’incertezza. Essi sono vittime speculari di un mercato finanziario che prospera sull’incertezza e che lo stesso Eric, questa volta, non è stato in grado di “prevedere” (attraverso il fallimento del suo ultimo investimento). L’asimmetria, (che è la patologia alla prostata che accomuna entrambi i personaggi) ecco la chiave, proprio insita dentro di loro: l’imperfezione, in una parola, l’umanità. Questo processo di “umanizzazione” dell’uomo-macchina è particolarmente chiaro, nella rivisitazione cinematografica, attraverso il progressivo processo di svestizione del protagonista man mano che la sua metamorfosi arriva a compimento.

Packer e il suo alter ego Benno (Paul Giamatti)

Eric è alla ricerca della poesia (simbolicamente rappresentata dalla moglie che è una poetessa e che gli sfugge costantemente) proprio perché sente il vuoto di quella umanità perduta, schiacciata dalle logiche del profitto, e che sembra rinascere, divenendo causa del suo conflitto interiore. Così la sua diviene un’odissea urbana a bordo della blindatissima e ipertecnologica limousine bianca che non è altro che un Nautilus (da Ventimila leghe sotto il mare) del nuovo millennio. Sicura, confortevole, essa separa il protagonista dalla realtà che lo circonda, dove avviene la vera avventura e si manifesta la vita con la sua violenza, insensatezza e ripetitività. Eric vi s’imbatte, ogni volta, uscendo dall’abitacolo e modificando tassello per tassello la sua visione della realtà. Così, fluttuando (la macchina si muove lentamente, congestionata nel traffico) in una società liquida (Zigmunt Bauman), in un tempo che è ormai divenuto “un bene aziendale”, si consuma la tragica presa di coscienza del protagonista che, emarginato ormai dal suo mondo e incapace, storicamente, di riaccedere al mondo dell’imperfezione umana, dei valori e dei sentimenti, sceglie la morte.

Sara Fiore per MIfacciodiCultura

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